Il campione azzurro spiega i segreti di un’arte marziale fatta di volo, strategia e testa: dalla scuola salentina agli obiettivi futuri, oltre i confini del calcio e del tennis
Non è Cristiano Ronaldo o Messi, non è Pogacar, non è Sinner ma, al pari di questi grandi campioni, vanta un palmares di tutto rispetto: una medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Tokyo 2020 nella categoria 58 chilogrammi, primo nel mondiale in Messico di due anni dopo e tanti allori a livello continentale e italiano. Lui è Vito Dell’Aquila, del Centro Sportivo Carabinieri, campione nello sport del Taekwondo, arte marziale orientale approdata ai giochi olimpici dopo Judo e Karate. Vito fa parte di quella schiera di atleti occidentali che sono riusciti a primeggiare in queste discipline un tempo appannaggio degli asiatici. Classe 2000, nato a Mesagne, nel Salento, in una regione in cui si è formata una scuola di Taekwondo e di altri sport considerati, a torto, minori rispetto al calcio, al ciclismo e al tennis. Ultima affermazione a Roma, a giugno, con la vittoria nel Gran Prix al Foro Italico, uno dei più prestigiosi eventi internazionali della disciplina.
Che cos’è il Taekwondo e perché ha scelto di praticarlo?
C’è di mezzo mio padre che, all’età di otto anni, mi ha avviato a questa arte marziale, uno sport di strategia, in cui ciò che è apparentemente violento viene incanalato in precise regole, tecniche e di sicurezza, che ne fanno quasi una danza, e il cui scopo è quello di colpire l’avversario in determinate parti del corpo opportunamente protette. Insomma, sin da piccolo mi sono appassionato a questa pratica che ha preso il posto di altri sport più popolari.
Come mai il Taekwondo ha trovato terreno fertile in Salento, la sua regione?
Il merito è di Roberto Baglivo, una leggenda di questo sport. Lui ha scoperto il Taekwondo da giovane emigrante in Germania e lo ha esportato a Mesagne, dove ha fondato una delle più importanti scuole della disciplina, e dalla quale, oltre a me, è uscito anche Carlo Molfetta, oro olimpico a Londra 2012. Baglivo è maestro di tecnica, ma soprattutto di vita. È riuscito a trasmettere la sua passione a tanti ragazzi che, al posto del pallone o della racchetta, hanno optato per questo sport.
In che cosa si differenzia il Taekwondo da altre arti marziali orientali più note, come il Judo e il Karate?
Essenzialmente il Taekwondo è fatto di precisione nel tirare colpi al busto dell’avversario, laddove nel Judo sono invece in evidenza le prese, mentre il Karate è un mix di queste due tecniche. Il Taekwondo è la capacità di tirare calci e pugni in volo. Proprio per questo la nostra divisa è dotata di protezioni per il busto e di un casco per la testa. Qualcuno lo definisce una sorta di scherma con il corpo e questa definizione, secondo me, ne sottolinea l’eleganza. Nel corso degli anni la tattica di combattimento si è evoluta. All’inizio si prediligeva uno stile basato sull’agilità e la potenza delle gambe, poi, con l’avvento della corazza elettronica, che registra senza alcun dubbio se un colpo è andato a segno o no, ora si utilizza tutto il corpo, gambe e braccia. In pratica, non occorre solo la forza, ma anche agilità e intelligenza tattica, diventata fondamentale per il buon andamento dell’incontro. Occorre avere tutti questi fattori al massimo livello.
A che cosa si ispira per migliorare la sua tecnica?
Può sembrare strano ma, per quanto sia molto diverso, il tennis mi insegna molto, in quanto è uno sport individuale e situazionale che richiede una forte componente mentale per riuscire a mettere a segno il colpo vincente nel momento e nel punto giusti. Bisogna essere bravi a difendersi, ma anche ad attaccare.
Come si riesce a rimanere sempre ad alto livello?
Le vittorie devono rappresentare un punto di partenza e non un punto di arrivo, e il segreto è quello di mantenere sempre vivo il desiderio e la fame di vincere. Il Taekwondo è uno sport fatto di stati d’animo particolari, in cui l’incontro dura pochi minuti e, per questo, bisogna essere sempre lucidi mentalmente, pronti fisicamente ed esperti nello sfruttare l’effetto sorpresa.
Quali sono gli obiettivi che si pone nel breve e nel medio termine?
Ci sono sicuramente le gare intermedie in cui far bene, ma l’obiettivo più importante è l’Olimpiade di Los Angeles 2028. Oltre non vado. Alla mia età è sempre più difficile mantenere il peso per la mia categoria, 58 chilogrammi per un’altezza di 1.79 centimetri. L’importante è mantenersi sempre al massimo e sperare che non vi siano infortuni che interrompono lo stato di forma e il programma degli allenamenti.
Il Taekwondo è adatto anche alle donne?
Non per andare sul personale, ma la mia ragazza, Ilenia Matonti, è stata la prima donna italiana a qualificarsi per le Olimpiadi dopo Pechino ed è molto forte. È una delle atlete che tengono alto il livello femminile di questo sport in Italia e all’estero. Come per la specialità maschile, anche le ragazze danno vita ad incontri molto spettacolari. E questo è l’aspetto più divertente del Taekwondo, sia che si vinca, sia che si perda.
Foto di Roberto Di Tondo-FITA
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