La direttrice Chiara Gatti presenta l’atto conclusivo della trilogia del museo sardo. Una mostra-specchio che rilegge l’ottimismo tecnologico e spaziale degli anni ’60 e ’70
Paesaggi urbani alla Blade Runner, con macchine volanti e grattacieli-piramide, strade sopraelevate alla Sant’Elia, spazi urbani organizzati attorno al dominio dell’automobile e al mito dell’efficienza tecnologica e dei servizi high-tech. Tutto in un enorme diorama in cui oltre 5mila visitatori della New York World’s Fair del 1939 (dal titolo Futurama) potevano viaggiare e spostarsi, vivendo l’illusione di un futuro – confezionato ad hoc da Norman Bel Geddes per General Motors – ordinato, luminoso, privo di conflitti, in cui il progresso non era solo desiderabile ma inevitabile. È preso in prestito da questo evento, significativo della fiducia nel progresso serpeggiante negli anni del dopoguerra, il titolo della mostra allestita al MAN di Nuoro. Futurama. Nostalgia di futuro è il capitolo conclusivo della trilogia iniziata nel 2022 con Sensorama, che ha indagato la percezione come struttura cognitiva, e proseguita con Diorama, che ha esplorato le nuove ecologie post-naturali e il ripensamento del legame tra umano e non umano. Attraverso arte, design e moda, cinema, Futurama ricostruisce – come scrive in catalogo il presidente del MAN, Tonino Rocca – «quell’estetica visionaria che, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha saputo tradurre l’ottimismo tecnologico in forme, materiali e ambienti capaci ancora oggi di parlare al presente».
«Abbiamo ripreso il titolo dell’evento del 1939 – racconta Chiara Gatti, direttrice del MAN e curatrice, con Elisabetta Masala, della mostra che vede la collaborazione di Storyville – per una riflessione sulla contemporaneità, su cosa resti oggi della fiducia nel futuro, del desiderio di immaginare nuovi scenari possibili. Il sottotitolo della mostra, Nostalgia di futuro, indica appunto la nostalgia per un’immagine di futuro che si è creata negli anni del dopoguerra, in piena ricostruzione e boom economico, anni caratterizzati dall’entusiasmo per la fine del periodo più buio che l’Europa e il mondo abbiano mai conosciuto nel secolo scorso. Si trattava di un immaginario positivo, entusiastico, l’idea di poter ricostruire un mondo migliore in grado di soddisfare le diseguaglianze sociali, in cui la tecnologia potesse agire al servizio della persona. La corsa allo spazio, che rendeva le stelle un miraggio ora avvicinabile, le conquiste della scienza, ad esempio la scoperta del DNA, l’automazione industriale e la nascita dell’informatica, l’infinitesimamente grande e il piccolissimo, diventavano luoghi conquistabili. Nasceva la letteratura fantascientifica che dava voce a un desiderio possibile. Tutto questo ci ha fortemente delusi perché non si è realizzato: tra prospettive di estinzione della specie, cambiamenti climatici, guerre e diseguaglianze, oggi il nostro pensiero di futuro non è più quello di un mondo da progettare e immaginare ma di un presente da salvare».
Cosa si trova in mostra?
Il percorso espositivo è un caleidoscopio di linguaggi, che spaziano dalle arti visive alla cinematografia, dalla letteratura ai fumetti, dalla moda al design. Ricostruiamo un mondo che era quello immaginato all’epoca. Abbiamo un ambiente ricreato con materiali plastici, quando si utilizzavano i primi perspex, oggetti in plexiglass colorati e toni fluo. La plastica sembrava l’invenzione che ci avrebbe cambiato la vita, mentre oggi sappiamo l’alto livello di inquinamento che produce.
La moda high tech…
Nella sezione dedicata alla moda, a cura di Michela Gattermayer, abbiamo una collezione fantastica dall’archivio Marucelli, in cui mostriamo come la moda si ispirasse all’arte, immaginando abiti con tessuti high-tech, inserti di lamine argentee di alluminio (come quelli disegnati da Paolo Scheggi e Getulio Alviani e dallo stesso Lucio Fontana, che aveva collaborato con case di moda). Abiti che ritornano nella filmografia, si pensi al film Barbarella, dove una Jane Fonda super sexy esce da una navicella con un abito che sembra uno di quelli esposti.
E l’arte?
L’arte sperimenta nuovi materiali industriali – esemplificati dal bestiario in metacrilato di Gino Marotta – e nuove concezioni dello spazio, come accade con le Superfici lunari di Giulio Turcato e i Concetti spaziali di Lucio Fontana.
La ricerca sullo spazio di Fontana viaggia di pari passo con l’arte nucleare di Enrico Baj: sono due sguardi verso il cosmo e verso i misteri dell’universo. Fontana spazialista concettuale e, se vogliamo, immaginifico, sogna costellazioni e nebulose fatte di specchietti, di pietre, di manciate di sabbia che orchestra sulla tela tagliandola e creando uno spazio che va al di là della superficie, nella dimensione dell’altrove; contestualmente, Baj immagina ultracorpi che arrivano dallo spazio ed entrano in relazione con la terra, lucertoloni verdi ameboidi minacciosi (ricollegabili alla filmografia dei Be-movie e di Don Siegel), ultracorpi che sono l’altra faccia dell’entusiasmo e dell’eccitazione, esprimendo sottotraccia la paura, il pericolo atomico, la guerra fredda, il timore del nucleare.
La mostra offre numerosi spunti di riflessione sul nostro presente.
Futurama non è solo la documentazione di un periodo della nostra storia, ma apre uno spazio di riflessione condivisa sull’attualità, che non si limita a diagnosticare una crisi dell’immaginario, ma invita a riattivare la possibilità di pensare futuri plurali, desiderabili e consapevoli, restituendo al futuro il ruolo di orizzonte da costruire collettivamente.
Futurama. Nostalgia di futuro
Nuoro, MAN – Museo d’Arte provincia di Nuoro
fino al 14 novembre
www.museoman.it
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