Registrato in poche settimane a Londra, il loro nuovo album, Foreign Tongues, è urgente e vivo, con il trio Jagger-Richards-Wood che pulsa energia e curiosità, senza imitare sé stesso
Esattamente a 64 anni dall’esordio, 12 luglio 1962 al Marquee Club di Londra, le pietre più inscalfibili del rock mondiale continuano a rotolare. Sir Michael Philip, per tutti Mick Jagger, 83 anni, il suo coetaneo e compagno delle elementari Keith Richards e il 79enne Ronnie Wood – nella band dal 1975 in sostituzione di Mick Taylor, già subentrato a Brian Jones – sono di nuovo al centro dell’attenzione di tutti gli appassionati di musica con il loro nuovo album, Foreign Tongues.
«Adoro le sfide. E la sfida è ogni volta questa: alzare l’asticella. Siamo sempre stati ambiziosi», ha dichiarato Jagger al NME (New Musical Express, testata britannica, ndr). «La cosa interessante di questo disco è che i Rolling Stones sono una rock band, ma sanno anche fare ballate, musica country e dance, spaziano in tutti questi generi. Non siamo bloccati in un solo stile; nel corso degli anni abbiamo amato tutti i tipi di musica. E lo esprimiamo nel modo in cui registriamo e nelle canzoni che scriviamo».
Dopo aver ricevuto un Grammy Award per il miglior album rock con il precedente Hackney Diamonds del 2023, i tre si sono ritrovati con la loro sezione ritmica abituale – Steve Jordan alla batteria, Darryl Jones al basso elettrico e Matt Clifford alle tastiere – ancora nello storico studio Metropolis di Londra, per registrare in sole quattro settimane 14 brani scintillanti e multicolori. Richards si è detto subito molto soddisfatto della scelta. «È stato fantastico tornare a lavorare a Londra e respirare quell’atmosfera londinese. È stato un mese di lavoro intenso e concentrato. Per me, la cosa più importante è il divertimento. Sono fortunato a poter fare questo». E Woods ha aggiunto: «L’atmosfera in sala era incredibilmente creativa e tutta la band era in forma smagliante durante l’intero processo, tanto che molto spesso abbiamo azzeccato tutto al primo tentativo».
Dopo la sofisticata campagna promozionale del singolo Rough And Twisted, pubblicato in vinile in un migliaio di copie – in Italia ne è arrivata solo una, a Milano – con copertina bianca e attribuzione a The Cockroaches, pseudonimo già usato dagli Stones per concerti a sorpresa in piccoli club, Foreign Tongues ci propone il loro classico sound, impegnato a parlare un idioma diverso – rock, funk, punk, ballata, country – in ogni brano. È come ascoltare un dialetto antico che si reinventa senza perdere l’accento.
Dopo l’apertura Rough And Twisted, che è subito rock-blues alla Stones, duro e senza fronzoli, ascoltiamo brani come Ringing Hollow («una canzone d’amore per l’America», dice Mick), che sembra scritto in una notte americana, con un’armonica dal sapore country che arriva da lontano; oppure come In The Stars, ballata che ha la malinconia delle cose che brillano e poi svaniscono. Ci sono due brani con il basso di Paul McCartney, elastico e funky nel primo, tagliente e punk nell’altro. Ci sono altre collaborazioni di livello assoluto, quelle di Steve Winwood con il suo organo infinito, di Robert Smith dei Cure, gotico, quasi cinematografico, di Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, energia pura alla batteria. C’è la graffiante Hit Me In The Head, che risale a delle registrazioni effettuate a Los Angeles nel 2021, cui partecipò anche Charlie Watts, lo storico batterista che ci ha lasciati proprio nell’agosto di quell’anno.
«Foreign Tongues è composto da 10 brani registrati di recente, cui si sommano quattro tracce provenienti da precedenti sessioni – aggiunge Mick -. Ci siamo costantemente impegnati nel cercare un’evoluzione musicale. Gli artisti che tentano di inseguire le tendenze, di copiare le mode del momento, spesso arrivano troppo tardi. I Rolling Stones sono un gruppo il cui sound ha sempre attinto a una vasta gamma di influenze, tra cui blues, soul, country e musica contemporanea. Questo approccio è evidente sia in Hackney Diamonds che in Foreign Tongues».
La prima cosa che colpisce del nuovo cd è l’energia. Non quella giovanile, sfrontata, ma quella, molto più rara, di chi ha attraversato vicissitudini e avversità eppure continua a muoversi. Foreign Tongues è un disco che cammina, che avanza, che non guarda mai indietro. Un disco vivo, con la sua ruvidezza, il suo sound compatto, fiero anche nei momenti più soft, la sua precisione emotiva. Un disco che parla molte lingue, ma dice una sola cosa: gli Stones sono ancora qui. E, come rispondeva Richards in una famosa intervista a Mojo (rivista musicale, ndr)alla domanda sull’avanzare dell’età, vogliono «fare come Muddy Waters (il grande bluesman di Chicago, ndr), suonare fino al giorno della morte. Non ho nessun motivo per smettere. Mi piace. Questo è quello che sono capace di fare e lo farò anche se non avrò più un pubblico. Ho sempre pensato in questi termini, pur conoscendo la psicologia del music business e capendola. Nessun gruppo è sopravvissuto tanto a lungo, così tutto il discorso è sulla longevità e la sopravvivenza. Sono battute che potremmo farci da soli, sappiamo ciò che la gente sta per dirci e ce ne freghiamo. Anzi, tutto questo non fa che motivarci. Come dire: “Tu, piccolo str***o, ascolta cosa sappiamo ancora fare!”».
Foto di Mark Seliger
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