Tra l’umiliazione della pace di Parigi e i primi passi della Costituente, l’Italia getta le fondamenta della rinascita democratica
Il secondo Governo De Gasperi è il primo esecutivo dell’Italia repubblicana. Nato dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che aveva sancito la fine della monarchia, rimane in carica dal 13 luglio 1946 al 2 febbraio 1947. Il leader della Democrazia Cristiana presiede una coalizione di unità nazionale che riunisce le principali forze antifasciste: oltre la DC, il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e il Partito Repubblicano. È un governo chiamato a compiti fondamentali per la rinascita: da un lato, accompagnerà i primi passi dell’Assemblea costituente – eletta contestualmente al referendum che darà all’Italia la sua nuova Carta fondamentale -, dall’altro, dovrà affrontare la delicata partita internazionale dei trattati di pace: lo stesso De Gasperi guida personalmente la complessa fase iniziale dei negoziati a Parigi, gettando le basi per gli accordi sui confini, in un contesto di ristrettezze e umiliazioni.
Il nodo del luglio del ’46 è la preparazione diplomatica in vista della Conferenza di pace che si sarebbe aperta il 29 del mese a Parigi. L’Italia, paese ex-nemico, viene esclusa dalle discussioni principali. Del resto, le durissime condizioni del trattato erano già state decise in larga parte dalle grandi potenze nelle settimane precedenti. Il diktat prevedeva pesanti cessioni territoriali alla Francia e alla Jugoslavia (con la perdita dell’81% della Venezia Giulia e di Zara), la creazione del Territorio Libero di Trieste, la perdita delle colonie e ingenti riparazioni di guerra.
De Gasperi si impegna in un’intensa attività diplomatica per tentare di migliorare le condizioni. Istituisce una linea d’intervento per denunciare l’ingiustizia del trattato, definito “moralmente e politicamente sbagliato”. Tenta di mobilitare le comunità di italiani nei Paesi dell’America Latina perché facciano pressione sulle grandi potenze.
Il 10 agosto, a Parigi, al tavolo con i vincitori, pronuncia un discorso considerato a ragione uno dei momenti più alti della diplomazia italiana: «Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato». Denuncia l’ingiustizia delle clausole e critica la decisione di cedere l’81% della Venezia Giulia alla Jugoslavia, che abbandona la linea etnica e stralcia la Carta atlantica, che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali. Rivendica il contributo della Resistenza e chiude il suo intervento riaffermando la dignità dell’Italia e la fede nella nuova Repubblica democratica: «Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apertamente contrastanti. Da una parte, egli deve esprimere l’ansia, il dolore, l’angosciosa preoccupazione per le conseguenze del trattato, dall’altra, riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo».
Sebbene non in grado di modificare le durissime clausole del trattato di pace, le sue parole ebbero il merito di restituire all’Italia, umiliata e sconfitta, una credibilità morale sulla scena internazionale.
Intanto a Roma prendeva vita il cuore pulsante della nuova democrazia. All’interno dell’Assemblea costituente viene nominata una commissione per la Costituzione composta da 75 membri appartenenti a tutte le forze politiche, con l’importante compito di presentare la nuova Carta. La Commissione dei 75, presieduta dall’onorevole Meuccio Ruini, inizia i lavori sabato 20 luglio 1946 alle 10:15. A testimonianza dell’entusiasmo e della serietà dei padri costituenti, desiderosi di lavorare senza indugi alla legge fondamentale della nuova Italia. La Commissione si divide subito in tre gruppi di lavoro: uno per i diritti dei cittadini, uno per l’organizzazione dello Stato e uno per la vita economica e sociale. A capo di ciascuno un comunista (Umberto Terracini), un democristiano (Umberto Tupini) e un socialista (Gustavo Ghidini)
Un equilibrio voluto, che riflette la volontà di fare della Costituzione un testo condiviso, non di parte.
Tra i 75 membri ci sono nomi di uomini entrati nella storia repubblicana: Aldo Moro, Piero Calamandrei, Palmiro Togliatti. E quelli di cinque donne: Nilde Iotti, Maria Agamben Federici, Angela Gotelli, Lina Merlin, Teresa Noce.
La loro presenza influenzerà la Carta, introducendo una visione della Repubblica fondata sull’uguaglianza sostanziale di genere in tutti gli ambiti della vita civile, politica, familiare e lavorativa.
Il progetto della Costituzione della Repubblica italiana viene presentato il 31 gennaio 1947. Seguono mesi di discussioni, fino all’approvazione definitiva. In occasione della promulgazione, il 27 dicembre 1947, Meuccio Ruini pronuncia parole solenni, mai smentite: «Questa Carta che stiamo per darci – dichiara – è un inno di speranza e di fede. Infondato è ogni timore che sarà facilmente divelta, sommersa e che sparirà presto. No; abbiamo la certezza che durerà a lungo, e forse non finirà mai, ma si verrà completando ed adattando alle esigenze dell’esperienza storica». E così avverrà.
Nella calda estate del 1946 l’Italia passava dalla monarchia alla repubblica, dalla sconfitta militare alla rinascita civile, dalla dittatura alla democrazia costituzionale.
Ottant’anni dopo, nell’intervento alla Camera del 25 giugno scorso, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato le donne e gli uomini che, nella Assemblea costituente, «seppero dare forma alla libertà e alla democrazia degli italiani, all’indomani del referendum che scelse la Repubblica come ordinamento dello Stato, e furono capaci di garantirne l’indipendenza».
«Una classe dirigente non compromessa col regime fascista fu in grado di assumere le responsabilità della transizione, in attesa del voto. Nonostante l’inettitudine manifestata dalla monarchia – ha ricordato il Capo dello Stato -, l’Italia non era terra di nessuno. Questo il merito di quelle donne e di quegli uomini».
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