L’esperienza di Sara Pangione con il popolo Waorani in Ecuador, tra la minaccia delle estrazioni petrolifere e l’uso dei social per difendere la foresta: l’appello per superare i pregiudizi coloniali e riconoscere i diritti dei popoli nativi
I popoli indigeni rappresentano oggi appena il 5-6% della popolazione mondiale, eppure sono i custodi dell’80% della biodiversità del pianeta. La Giornata Internazionale del 9 agosto li celebra, in ricordo della prima riunione del Gruppo di lavoro ONU sulle popolazioni indigene del 1982, eppure ancora oggi alcune pratiche di sfruttamento dell’ambiente ne minacciano la sopravvivenza.
«La loro sola presenza nei territori ancestrali impedisce che queste aree vengano occupate e trasformate da interessi esterni – spiega Sara Pangione, che da oltre due anni vive nel cuore dell’Amazzonia Ecuadoriana insieme al popolo indigeno Waorani, raccontando la sua esperienza attraverso i social -, da generazioni custodiscono questi luoghi, la foresta per loro è casa, farmacia, mercato, memoria collettiva, in un rapporto di reciprocità».
Come descriveresti questa relazione perfetta della comunità con la natura?
Nella visione Waorani il legame fra uomo e natura è alimentato da una profonda dimensione spirituale: la foresta è abitata da spiriti, gli animali hanno un significato sacro e si crede che dopo la morte le persone continuino a vivere attraverso di loro. Questa visione è un concetto ampiamente condiviso da diversi popoli indigeni, e in Equador la Costituzione del 2008 è stata la prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto. Ispirandosi a concetti propri dei popoli originari, come il Sumak Kawsay, o “buon vivere”, che pone al centro l’armonia tra persone, comunità e ambiente, la Costituzione afferma che la Pachamama, che potremmo tradurre, semplificando, come “Madre Terra”, ha il diritto di esistere e rigenerare i propri cicli vitali. Un altro concetto molto affascinante, elaborato e reso noto soprattutto dal popolo Kichwa di Sarayaku, sempre nell’Amazzonia Ecuadoriana, è quello della Kawsak Sacha, ovvero la “foresta vivente”, qualcosa di vivo con cui siamo profondamente interconnessi.
Quali sono le minacce che oggi affrontano i popoli indigeni?
I territori indigeni amazzonici sono costantemente minacciati dall’espansione delle attività estrattive, come quelle legate al petrolio, all’oro e ad altre risorse naturali, oltre all’avanzata dell’agricoltura e degli allevamenti intensivi che richiedono la conversione di vaste aree di foresta. Esistono leggi che dovrebbero tutelarli, ma spesso non vengono realmente applicate. In paesi come l’Ecuador esistono aree ancestrali che non hanno ottenuto un pieno riconoscimento giuridico e per le quali le comunità portano avanti da anni importanti battaglie legali. Per i Waorani, la minaccia più significativa resta quella petrolifera. Gran parte del loro territorio si trova infatti sopra importanti giacimenti di petrolio. Quando viene aperta una strada, costruito un oleodotto o avviata un’attività di estrazione, non è in gioco soltanto l’ambiente ma viene messa a rischio anche la loro stessa esistenza.

Ha contribuito alla traduzione italiana del libro di Nemonte Nenquimo, Un giorno saremo giaguari, per il quale ha scritto anche la prefazione: lei è un esempio di come, nonostante i popoli indigeni siano inseriti in un contesto di attivismo globale, permangano narrazioni fatte di stereotipi e pregiudizi. Perché?
Mi sono resa conto personalmente degli infiniti pregiudizi sui popoli indigeni quando ho iniziato a condividere online la mia esperienza con il popolo Waorani: molte persone mi accusavano di mentire, perché per loro era impossibile che fossi pulita, in salute e ben nutrita, come se vivere nella foresta significasse automaticamente essere sporchi, affamati o privi di qualsiasi forma di benessere. Per decenni, film, libri e documentari hanno contribuito a costruire l’immagine delle “tribù selvagge”, alimentando una visione stereotipata e lontana dalla realtà. A volte sentiamo ancora parlare di tribù, un termine che porta con sé una visione ereditata dall’epoca coloniale e che tende a collocare questi popoli in posizione di inferiorità. Nemonte Nenquimo rappresenta una straordinaria smentita di questi stereotipi: è una leader Waorani, riconosciuta a livello internazionale, che difende il proprio territorio dialogando con istituzioni, organizzazioni e persone di tutto il mondo. Libri come il suo rappresentano un’opportunità per avvicinarsi a queste realtà, per questo consiglio di leggerlo.
Come il contatto dei popoli indigeni con le realtà urbanizzate ha influito, secondo lei, nel bene e nel male, sulle loro vite?
Nel caso del popolo Waorani il contatto con la società esterna risale agli anni Cinquanta, quando i missionari evangelici statunitensi avviarono quella che venne chiamata “Operazione Auca”, un termine che in Kichwa significa “selvaggio”, con l’obiettivo di entrare in contatto con loro e convertirli. Molte delle sfide che affrontano oggi i popoli indigeni sono legate alle conseguenze di questo processo: nonostante vivano in territori ricchissimi di biodiversità e risorse naturali, le comunità continuano a sperimentare forme di marginalizzazione e difficoltà nell’accesso a servizi essenziali. Detto questo, non credo che il problema sia il contatto con il mondo esterno in sé, ma in quali condizioni avvenga, e se sia una scelta o un’imposizione. Quello che ho imparato vivendo con i Waorani è che non hanno bisogno di essere civilizzati, come per troppo tempo si è raccontato.
Qual è il rapporto dei popoli indigeni con la tecnologia?
Oggi esistono collettivi di giovani e comunicatori indigeni che documentano ciò che accade nelle loro comunità, denunciano violazioni dei diritti umani e ambientali e contribuiscono ad avviare processi di difesa legale dei loro territori. La tecnologia non ha cancellato la loro identità ma è semplicemente diventata uno strumento in più per proteggerla.
Foto di Sara Pangione
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