Per molto tempo abbiamo pensato che la disuguaglianza sociale si misurasse in stipendi o patrimoni, oggi però bisogna aggiungere un’altra unità di misura: i gradi centigradi. Nelle estati sempre più lunghe e torride del XXI secolo, il privilegio non consiste soltanto nell’avere una casa più grande o un reddito più alto, ma nell’abitare in una strada alberata o nel poter aprire una finestra senza affacciarsi su una distesa di cemento rovente.
La crisi climatica sta trasformando il verde urbano in una delle infrastrutture più importanti della nostra epoca, e, come spesso accade con le infrastrutture essenziali, la sua distribuzione segue le linee della disuguaglianza.
La questione ha ormai anche un nome, si chiama “green divide”, “divario verde”. Non è semplicemente la differenza tra quartieri più o meno gradevoli, ma la distanza crescente tra chi ha accesso ai benefici ambientali della città e chi ne resta escluso. Ombra, frescura, qualità dell’aria, riduzione del rumore, possibilità di camminare: tutto ciò che gli alberi offrono gratuitamente sta diventando una risorsa distribuita in modo sempre più diseguale.
A stabilirlo è uno studio pubblicato recentemente sulla nota rivista scientifica Nature, che ha analizzato 862 città europee applicando la cosiddetta regola del 3-30-300: tre alberi visibili da casa, il 30% di copertura arborea nel quartiere e un’area verde raggiungibile entro 300 metri.
Il risultato è sorprendente e inquietante insieme: soltanto il 13,5% degli abitanti delle città europee vive in luoghi che rispettano tutti e tre i criteri, mentre più di una persona su cinque vive in aree che non ne soddisfano nemmeno uno.
Dietro questi numeri c’è una trasformazione culturale profonda. Gli alberi sono stati considerati a lungo un elemento decorativo, quasi una concessione estetica all’interno delle città moderne, oggi però la scienza li descrive come veri e propri dispositivi di salute pubblica: non arredano lo spazio urbano, lo rendono abitabile.
La natura in città funziona come un gigantesco sistema di climatizzazione collettiva, perché riduce le temperature, assorbe parte dell’inquinamento atmosferico, attenua il rumore, favorisce l’attività fisica e contribuisce a diminuire lo stress cronico.
In un continente che si riscalda più rapidamente della media globale, la presenza o l’assenza di alberi non è più una questione paesaggistica ma biologica.
C’è poi un altro aspetto, ancora più interessante, che mette in evidenza lo studio. Le mappe del verde tendono a sovrapporsi alle mappe del reddito. Dove ci sono più risorse economiche si trovano spesso più alberi, più ombra e una migliore qualità ambientale. Dove il reddito diminuisce aumentano invece le superfici impermeabili, il traffico, il rumore e l’esposizione alle ondate di calore. Lo studio europeo parla apertamente di una correlazione tra benessere economico e accesso alla natura urbana.
La crisi climatica, insomma, non colpisce tutti allo stesso modo, anzi amplifica differenze che esistevano già. È un acceleratore di ingiustizie sociali. Ecco perché parlare di adattamento climatico, senza parlare di disuguaglianze sociali rischia di essere un esercizio sterile.
La vera sfida non consiste dunque nel piantare qualche migliaio di alberi in più, ma nel decidere dove piantarli, spostando risorse verso i quartieri più vulnerabili, sottraendo spazio alle automobili, costruendo corridoi ecologici continui invece di pochi parchi monumentali, distribuendo la frescura come un servizio pubblico.
La domanda, alla fine, è sorprendentemente semplice: chi avrà diritto all’ombra? Perché è lì che si giocherà una parte decisiva della giustizia climatica. Nel Novecento la qualità della democrazia si misurava anche dall’accesso all’istruzione, alla sanità, ai trasporti. Nel secolo del riscaldamento globale dovremo imparare ad aggiungere un altro parametro. La qualità di una città si misurerà anche dalla temperatura dei suoi quartieri e dalla capacità di offrire a tutti, non solo a chi può permetterselo, un posto fresco dove vivere.
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