C’era un tempo in cui per parlarsi bisognava cercarsi, muoversi, camminare. Ci si dirigeva verso una cabina telefonica con il taschino pieno di gettoni, oppure si aspettava il rientro a casa per fare quella telefonata rituale dal telefono fisso in corridoio, rigorosamente sottovoce per non attirare l’attenzione di orecchie indiscrete. Quando i primi cellulari hanno fatto la loro comparsa erano oggetti rari, quasi esotici: servivano ad accorciare le distanze in caso di emergenza. Oggi, quel mondo sembra preistoria. Le telefonate vere sono quasi sparite, sostituite da messaggi vocali asettici e notifiche impersonali. I dati di recenti ricerche che raccontiamo nel ‘Primo piano’ di questo numero, qualche pagina più avanti, sono la radiografia di questa metamorfosi: scandiamo le nostre giornate attraverso oltre duemilaseicento tocchi quotidiani sullo schermo, sbloccando il display fino a centocinquanta volte in ventiquattr’ore. Persino d’estate, sotto l’ombrellone, lo smartphone resta un cordone ombelicale psicologico da cui non riusciamo a separarci. Siamo talmente assuefatti a questo flusso che, non appena ci troviamo in un luogo in cui non c’è linea o manca la connessione, andiamo subito nel panico. Veniamo assaliti da una vera e propria ansia da isolamento e la prima domanda diventa una richiesta d’aiuto disperata: «Qual è la password del Wi-Fi?». La verità è che viviamo in un profondo paradosso: celebriamo il progresso tecnologico convinti che ci abbia reso più liberi, e non ci rendiamo conto di aver costruito con le nostre stesse mani una gabbia invisibile, dalle sbarre fatte di pixel e notifiche push. Luciano De Crescenzo, nella sua celebre e poetica distinzione sociologica tratta da Così parlò Bellavista, divideva l’umanità in “uomini d’amore” e “uomini di libertà”, i primi legati ai sentimenti e alla comunità, i secondi all’autonomia e alla ragione. L’iperconnessione che viviamo oggi è riuscita nel triste miracolo di imprigionare entrambi: ha tolto la libertà ai secondi, rendendoli schiavi di un algoritmo totalitario, e ha privato d’amore i primi, anestetizzando i rapporti umani dentro una fredda vetrina digitale. E se i social network erano nati con la promessa romantica di trasformare le piazze fisiche in virtuali, creando ponti digitali dove prima c’erano barriere, quella promessa è stata disattesa. Le piazze virtuali si sono trasformate in arene esasperate. Ecco perché la disconnessione è oggi l’unico modo per ricomporre quella frattura: è, al tempo stesso, un profondo atto di libertà e un salvifico atto d’amore. Spegnere lo schermo significa evadere da quella gabbia e rivendicare il diritto di riportare l’attenzione sulla vita vera, sulle persone che ci stanno accanto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di non stare per forza connessi. Se rinunciamo alla presenza fisica, rischiamo di perdere la bellezza improvvisa di un abbraccio, la verità disarmante di un sorriso, o quelle sfumature fatte di silenzi e “non detti” che nessun display potrà mai tradurre. L’ipnosi digitale ci sta privando dell’essenziale: il rischio più grande è quello di non essere più capaci di guardare qualcuno negli occhi, sostituendo il calore di uno sguardo con l’asettica immediatezza di un’emoji. Riportare la piazza dal virtuale al fisico significa riappropriarsi di quel vuoto fertile, del silenzio e delle relazioni umane genuine. Liberare il display è il primo passo per rompere i lucchetti della gabbia, tornando a guardare negli occhi chi amiamo e riscoprendo che la vita vera comincia proprio dove finisce il campo del telefono.
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