Dal successo de Le assaggiatrici, premiato anche dai giovani, al futuro del grande schermo tra la centralità della sala e il ritorno alla commedia leggera. «Il mio prossimo film sarà nello spirito di Pane e tulipani»
«Ogni film che fai è un rischio, perché non puoi mai sapere se andrà bene. Ma in questo mestiere non semplice, e che non dà sicurezze, bisogna correre dei rischi se credi davvero in qualcosa. Anche se poi sarà un fallimento e non sempre un successo». Silvio Soldini, ospite del Riviera International Film Festival, partendo dallo slogan dell’edizione di quest’anno, “No Risk No Stories”, ci parla del suo percorso artistico.
A spingerlo a diventare regista è stata la visione di Nel corso del tempo di Wim Wenders, del 1976. Ma nella sua carriera sono stati formativi anche autori come Antonioni, Bresson e Fassbinder. A 21 anni, Soldini è arrivato a New York per studiare cinema. All’inizio degli anni Ottanta c’è stato il debutto dietro la macchina da presa con i primi film brevi, realizzati «a zero lire e con pellicole di seconda mano», per poi passare ai lungometraggi, alternando commedie come Pane e tulipani con Licia Maglietta e Bruno Ganz, vincitore di nove David di Donatello, a film più impegnati.
Il regista e sceneggiatore, 67 anni, è reduce da tre David (Miglior sceneggiatura non originale, scritta insieme a Doriana Leondeff, Cristina Comencini, Giulia Calenda, Ilaria Macchia e Lucio Ricca, Miglior trucco e David giovani) per il suo ultimo lavoro, Le assaggiatrici. Film drammatico basato sull’omonimo romanzo di Rosella Postorino, ispirato alla vera storia di Margot Wölk che, alla fine della sua vita, ha confessato di essere stata da giovane, nella Germania del 1943, un’assaggiatrice del cibo di Adolf Hitler, con l’ossessione di venire avvelenato. Il cineasta milanese ha già pronto il suo prossimo progetto, una commedia alla Pane e tulipani, stavolta, però, con un protagonista maschile.
Soldini, cosa l’ha affascinata della storia de Le assaggiatrici?
Mi piaceva l’idea di fare un film di guerra, in cui non si vedono gli uomini che la combattono, ma le donne che la subiscono in un tempo infinito in cui tutti i giorni devono andare ad assaggiare i pasti di Hitler. Quando mi hanno proposto il progetto, mi sono preso un paio di giorni prima di accettare. Avevo paura che il film rischiasse di apparire finto e artefatto. Ne abbiamo scritto uno contemporaneo, e c’è chi mi ha detto che sembrava ambientato in un futuro distopico.
Tra i premi che il film ha ricevuto, c’è anche il David giovani. Perché, secondo lei, le nuove generazioni sono rimaste così colpite da questo racconto?
Mi sono accorto che tantissimi ragazzi sono andati a vedere Le assaggiatrici nelle arene estive. Sono rimasto molto colpito dall’affetto dei giovani. Questo film è riuscito a trovare un suo pubblico (incassando oltre 3,3 milioni di euro in Italia, distribuito da Vision) e probabilmente anche le nuove generazioni cercano qualcosa di diverso al cinema, nonostante le serie televisive abbiano invaso i loro, e i nostri, immaginari.
Oggi, cosa le interessa raccontare sul grande schermo?
Non ci sono delle tematiche in particolare. Mi piace più pensare a come porre attenzione su qualcosa che mi colpisce. Nel mio percorso, mi sono sempre più soffermato sui personaggi, sulle relazioni, sui sentimenti, sulle psicologie, al di là della storia in sé.
Ma rispetto a quando ha iniziato, è diventato più complicato raccontare storie?
Sono stato un giovane che si è lanciato nel cinema e guardava a questo mondo con una spensieratezza forse diversa. Oggi probabilmente è più difficile fare film anche perché sono invecchiato e devo trovare sempre qualcosa di diverso rispetto a ciò che ho fatto precedentemente. Non voglio ripetermi nei progetti che faccio, ma provare a scoprire qualcosa di nuovo ogni volta. Oggi fare cinema è più complicato in generale, perché prima si faceva in modo più istintivo e giravano meno soldi. Ora c’è troppa gente che ti dice cosa devi fare, anche come scegliere gli attori.
Nel corso dell’incontro con il pubblico al Riff, ha detto che un film oggi si può fare attraverso strumenti diversi, compreso il cellulare e un computer per montarlo. Ma è sempre cinema?
Non è importante il mezzo, ma come lo utilizzi. Tutto dipende da come fai un film.
Anche da dove si vede?
Ciò che rimane centrale per me è assolutamente la sala. Un tempo il cinema era affollato di spettatori, oggi meno. Ma sono convinto che è un luogo che non morirà mai, perché la fruizione condivisa di un film è tutta un’altra cosa.
Dopo Le assaggiatrici, sta già lavorando a un nuovo progetto?
Ho scritto una commedia, un ritorno alle atmosfere di Pane e tulipani, però con un protagonista maschile. L’attore c’è già, ma ora è troppo presto per rivelarlo. Sentivo l’esigenza di tornare a fare un film con più leggerezza. Sto aspettando di capire quando iniziare a girarlo, spero già a settembre.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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