Dai pantaloni a zampa all’unisex democratico di Fiorucci, dalle geometrie di Missoni fino alla giacca destrutturata di Armani: le mille anime di un decennio in cui il vestito è diventato un manifesto d’identità, segnando la nascita del Made in Italy
Se il decennio precedente aveva scosso la società a colpi di minigonne e geometrici tagli space-age, gli anni Settanta compiono in Italia una rivoluzione ancora più radicale, intima e strutturale. Non si tratta più solo di accorciare un orlo o di lanciare un nuovo colore; in questo decennio, per la prima volta nella storia contemporanea, la moda cessa di essere un diktat calato dall’alto dalle grandi maison parigine e diventa un’espressione diretta della strada, della politica, della musica e dei movimenti di emancipazione. È l’era del Made in Italy che nasce, del prêt-à-porter che si consolida a Milano a discapito dell’alta moda fiorentina, e di un’intera generazione che decide di usare i propri vestiti come un manifesto d’identità.
L’estetica dei primi anni Settanta si muove su un doppio binario, oscillando tra l’impegno politico e il desiderio di una libertà totale del corpo. La divisa universale, democratica e rigorosamente unisex è rappresentata dai pantaloni a zampa d’elefante. Stretti sui fianchi, aderentissimi sulle cosce e larghi, a volte a dismisura, dal ginocchio in giù, i ‘flares’ ridefiniscono la silhouette di uomini e donne, abbattendo le barriere di genere. Ad essi si accompagnano camicie attillate in materiali sintetici, come il poliestere e il nylon, caratterizzate da colletti enormi ribattezzati ‘a punta’ o ‘a lancia’, che escono prepotentemente dai rever di giacche in velluto a coste o da maglioni a collo alto.

In questo clima di contestazione e creatività diffusa, la figura di Elio Fiorucci diventa centrale. Nel suo storico e rivoluzionario negozio milanese di Galleria Passarella, inaugurato alla fine degli anni Sessanta ma esploso nei Settanta, Fiorucci compie un miracolo: prende il jeans, fino ad allora considerato un semplice indumento da lavoro o il simbolo della ribellione studentesca, e lo trasforma in un oggetto del desiderio pop, sexy e spensierato. Grazie all’uso di tessuti stretch e a tagli che valorizzano le forme, il denim firmato con i celebri due angioletti vittoriani diventa un cult assoluto. Fiorucci porta a Milano le tendenze della Swinging London e di New York, mixando la plastica, i colori fluorescenti e il gusto per il kitsch, dimostrando che la moda può essere democratica, accessibile e, soprattutto, fottutamente divertente.

Contemporaneamente, l’alto artigianato italiano risponde alla standardizzazione industriale attraverso la riscoperta della materia e del colore. È il momento d’oro di Ottavio e Rosita Missoni. Con il loro celebre approccio del “put-together”, la coppia scardina le regole della maglieria tradizionale, intrecciando filati fiammati, motivi geometrici e le iconiche onde o zig-zag coloratissimi. I loro cardigan fluidi, i lunghi abiti scivolati e i completi in maglia leggera conquistano le passerelle internazionali, proponendo un’eleganza rilassata, intellettuale e profondamente artistica. È un successo che va di pari passo con la tendenza folk e bohémien che domina le strade italiane: le ragazze abbandonano la rigidità degli anni Sessanta per abbracciare maxi-gonne a balze, tuniche con stampe paisley o floreali, camicie ricamate a mano e borse in cuoio acquistate nei mercatini, il tutto rigorosamente abbinato a zoccoli di legno o stivali con zeppe e platform vertiginosi.
Tuttavia, gli anni Settanta in Italia sono anche anni complessi, segnati da tensioni sociali e violenza politica. La moda riflette questo clima cupo attraverso il successo di capi protettivi e rigorosi: i lunghi cappotti in montone rovesciato (shearling), le giacche di pelle marrone usurata e i trench acquistati nei negozi di surplus militare diventano i capisaldi del guardaroba giovanile.
Mentre il decennio volge al termine e le piste da ballo della disco music si impongono con il loro carico di lurex, paillettes e tute lucide, a Milano si consuma l’ultimo, definitivo cambio di paradigma. Nel 1975 un giovane Giorgio Armani fonda la sua maison e compie un gesto sartoriale rivoluzionario: destruttura la giacca da uomo. Togliendo le imbottiture, le spalline rigide e le controfodere, Armani regala alla giacca la fluidità di una camicia, liberando il corpo maschile e, subito dopo, quello femminile, attraverso linee fluide ed eleganti nei toni del greige. È l’atto di nascita della modernità: la moda italiana si scopre matura, ripudia gli eccessi e si prepara a conquistare gli anni Ottanta con un concetto di eleganza sobria, funzionale e senza tempo. Gli anni Settanta si chiudono lasciando un’eredità eterna: l’idea che il vestito non sia uno status symbol imposto, ma lo specchio autentico della propria libertà interiore.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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