Dai conflitti geopolitici alla crisi ecologica, la Biennale di Venezia e le mostre di oggi segnano il ritorno a un’arte d’impegno sociale, tra performance del corpo e riscoperta della terra. I corsi e ricorsi storici di un decennio che non ha mai smesso di parlarci
Un decennio in bilico. Fra anni di piombo e boom economico, entusiasmo dai colori lisergici e inquietudine di battaglie sociali. Femminismo, lotte per i diritti, scontri politici e di classe. Una dicotomia che oggi sembra rivivere in un’epoca in cui torna in primo piano il valore militante dell’arte. La Biennale di Venezia appena inaugurata e tutte le polemiche che ha agitato, per via della presenza di Paesi belligeranti, ha visto gli artisti dissidenti schierarsi su posizioni critiche, esattamente come molta Body Art e molta Arte Performativa fecero negli anni Settanta.
Un reflusso di coscienza e di attivismo. Basti pensare alle azioni pubbliche, provocatorie, di Marina Abramović che, non a caso, oggi ripercorre a ritroso la sua vita d’artista proprio in laguna, con una personale alle Gallerie dell’Accademia. Non nostalgica, ma altrettanto militante come fu all’epoca. In tempi di temi scottanti, che spaziano dai conflitti alle diaspore, dalle crisi ambientali al rischio palpabile di una nuova guerra mondiale, sembra riproporsi lo scenario della guerra fredda e degli artisti che la raccontarono, inchiodando i leader politici e lo scontro fra superpotenze alle loro responsabilità. La bilancia mondiale non è cambiata e gli artisti si schierano, forse con meno impeto e non abbracciando immagini didascaliche del potere costituito, ma sognando un mondo diverso e migliore, un orizzonte che, a sua volta in bilico, fra utopico e dispotico, vede molti di loro tornare a parlare di terra, tradizioni, memoria e, soprattutto, natura.
I manuali scolastici – per semplicità didattica – ci insegnano che l’arte degli anni Settanta si può dividere per macro-capitoli, a cominciare dall’Arte Concettuale, che riconosce il ruolo chiave del pensiero e del progetto rispetto alla realizzazione, così che l’opera sfugge ai tradizionali confini del quadro e della scultura per aprirsi a nuove dimensioni. Un altro capitolo è rappresentato dalla Land Art, l’arte monumentale che si espande nel paesaggio, sollecitando l’uomo a prendere coscienza della sua capacità di relazionarsi con l’ambiente. Una terza tappa significativa è l’Arte Povera, fondata sull’utilizzo di materiali non lavorati e scartati, come legno, carbone, iuta, tessuti (per cui, in un certo senso, è arte ecologica): basti pensare alla Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto che, contrapponendo la candida copia di una statua classica a una montagna di tessuti, ha lavorato sul contrasto tra la bellezza ideale dell’arte greca e gli scarti della società dei consumi.
Nella Performance Art (o Body Art) il corpo dell’artista diventa il mezzo espressivo principale, spesso in azioni provocatorie: da Marina Abramović, a volte affiancata dal compagno Ulay, che ha usato il corpo come luogo fisico di denuncia politica e sociale vissuta in prima persona, a Gina Pane, che ha lavorato sul concetto di amore come esperienza dolorosa e ha fatto del suo corpo carne, vulnerabilità e “cassa di risonanza” dei traumi del mondo e della condizione femminile.
Proprio in quanto frutto di una riflessione dell’arte sulla società contemporanea, tutte queste etichette conoscono nei nostri giorni echi e ritorni, in una logica di corsi e ricorsi della storia: oggi, come allora, si chiede all’arte di stare nella società e di esserne specchio. Lontano ormai dall’arte autoreferenziale figlia degli anni Ottanta e Novanta, gli anni della società dei consumi e dell’edonismo reaganiano, l’arte torna a riflettere sulle problematiche dell’attualità. Come l’Arte Povera, in un certo senso, ha presagito i temi dell’ecologia, del riciclo, della sostenibilità, così la Body Art torna ancora oggi nel momento in cui gli artisti si mettono in gioco in prima persona con il proprio corpo attraverso azioni, anche collettive. Si pensi, ad esempio, al lavoro di Adrian Paci o di Marina Abramović, che continuano a richiamare il pubblico a partecipare alle loro performance, o a María Magdalena Campos-Pons, protagonista del padiglione centrale della Biennale di Venezia, che lavora sul proprio corpo creando performance partecipate dedicate alla pace.
Anche l’Arte Ottica e Cinetica, basata sugli studi dei meccanismi della percezione visiva e sulla reazione dell’occhio umano alle sollecitazioni, trova nuovi sbocchi grazie alla collaborazione tra artisti e centri di ricerca. La ricerca scientifica è anche al centro del lavoro di artisti come Tomás Saraceno, con il suo progetto “work in progress” Cloud-Cities, realizzato in collaborazione con un team scientifico di studiosi, scienziati e ingegneri del MIT (Massachussets Institute of Technology, Boston, Usa) per ideare e tradurre in essere una nuova e alternativa struttura abitativa, pensata come biosfera fluttuante sopra le isole Maldive, fornita di tecnologie solari e sistema di desalinizzazione di acqua marina.
Per quanto riguarda l’Arte Povera, se negli anni Settanta Pino Pascali riempiva di terra vera grandi cubi di legno, originando un cortocircuito visivo (la terra, elemento primordiale per eccellenza, veniva costretta dentro i confini razionali della scultura d’avanguardia), alla Biennale di Venezia, nel Padiglione Italia, Chiara Camoni propone una serie di vasi di terracotta che custodiscono un repertorio di elementi naturali, come erbe, bacche, fiori, semi, che l’artista non trasforma ma raccoglie per creare sculture votive, un omaggio alla terra, dea madre. I suoi lavori, realizzati spesso in una dimensione collettiva e di scambio, esplorano il rapporto tra il ‘fare’ e la sfera spirituale, ed esprimono un profondo legame con mondi ancestrali e arcaici.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
© Riproduzione riservata
