Il conflitto in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz scatenano una catena di aumenti sulla plastica. Il Codacons denuncia una possibile speculazione: in ballo oltre 600 milioni di euro a carico dei consumatori italiani.
Perché la guerra colpisce anche le bottiglie d’acqua
A prima vista, il conflitto in Iran sembra lontano anni luce dal frigorifero di casa. Eppure il nesso esiste, ed è più diretto di quanto si possa immaginare.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato una reazione a catena che ora arriva fino alle bottiglie di plastica sugli scaffali dei supermercati italiani. Il motivo è che oltre il 99% della plastica prodotta nel mondo deriva da combustibili fossili, e il Medio Oriente copre circa un quarto delle esportazioni globali di polietilene e polipropilene, i polimeri più usati per imballaggi e contenitori alimentari.
Meno materia prima disponibile, prezzi più alti. E i costi, alla fine, arrivano sempre al consumatore.
Rincari del 20% sull’acqua minerale
A lanciare l’allarme è il Codacons, che afferma di essere entrato in possesso di comunicazioni formali inviate dai produttori di plastica ai propri clienti, con richieste di revisione straordinaria dei prezzi già concordati nei contratti in essere.
Secondo l’associazione, questi aumenti si tradurrebbero in un rincaro del 20% sull’acqua minerale e del 10% sulle bevande analcoliche. In termini concreti: una bottiglia da 1,5 litri potrebbe costare fino a 5 o 6 centesimi di euro in più rispetto ad oggi. Una cifra che, moltiplicata per i volumi di consumo dell’intero paese, genera un impatto stimato di 606 milioni di euro annui a carico dei consumatori italiani.
Il Codacons ha quindi presentato un esposto all’Antitrust, chiedendo di accertare la legittimità delle pretese economiche e di verificare l’eventuale presenza di fenomeni speculativi. Al centro della denuncia c’è un elemento che l’associazione definisce “di particolare gravità”. In un arco di tempo molto ristretto, una pluralità di operatori del settore plastica e packaging avrebbe trasmesso ai propri clienti comunicazioni strutturalmente simili, che invocano la crisi geopolitica, l’aumento dei costi energetici e logistici, e giungono tutte alla stessa conclusione, ovvero la necessità di modificare le condizioni economiche già pattuite.
Alcuni produttori avrebbero addirittura introdotto una voce specifica denominata “War Med Surcharge” (un sovrapprezzo, ndr.), applicata in percentuale con decorrenza immediata. Altri hanno esplicitamente evocato clausole di forza maggiore, prospettando la sospensione delle forniture in caso di mancata accettazione dei nuovi termini.
Scaffali vuoti, proprio d’estate
Oltre al problema dei prezzi, il Codacons ha solleva un secondo, preoccupante, scenario.
Le aziende produttrici di acqua minerale, di fronte a richieste di aumento così consistenti, potrebbero non essere in grado di assorbirle internamente. Se i fornitori di plastica dovessero effettivamente sospendere le consegne, come minacciano in alcuni contratti, il rischio concreto è che, proprio nei mesi estivi, i consumatori italiani si trovino davanti a scaffali privi delle bottiglie d’acqua abitualmente acquistate. Un problema di approvvigionamento che colpisce nel momento peggiore dell’anno.
Prezzi della plastica alle stelle
Il fenomeno, però, non riguarda solo l’Italia. A livello globale, le aziende produttrici di articoli in plastica hanno registrato aumenti delle materie prime nell’ordine del 30%, secondo alcune stime. L’Asia è la regione più esposta: Cina, Giappone, Corea del Sud e Sud-est asiatico insieme consumano quasi un terzo del totale mondiale di plastica, con una crescita del 900% rispetto al 1990, secondo i dati dell’OCSE.
La crisi ha però anche un risvolto inatteso. L’impennata dei prezzi sta accelerando la ricerca di alternative sostenibili. Il produttore sudcoreano Yonwoo, specializzato in imballaggi per cosmetici, ha triplicato le richieste per le proprie linee in carta. La taiwanese Lastic, che produce materiale biodegradabile a base di bambù, ha visto aprirsi nuove opportunità commerciali anche tra le compagnie aeree americane, interessate a sostituire le posate monouso in plastica.
Il Codacons non nega che la crisi in Medio Oriente abbia generato tensioni reali sui mercati energetici e logistici. Ma punta il dito sulla modalità con cui questi aumenti vengono trasferiti lungo la catena produttiva: in modo immediato, generalizzato e uniforme, su contratti già in vigore, senza che ci sia stata una reale negoziazione tra le parti.
Si tratta, secondo l’associazione, di una vera e propria imposizione, spesso accompagnata dalla minaccia di bloccare le consegne. Gli impatti di un conflitto geopolitico sul prezzo delle materie prime sono per loro natura progressivi e differenziati: non si distribuiscono in modo automatico e simultaneo lungo tutta la filiera.
Ed è proprio questa uniformità sospetta a rendere necessario un accertamento da parte dell’Autorità garante della concorrenza.
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