La comunità scientifica fissa standard rigorosi e misurabili per certificare le aree del mondo con aspettativa di vita eccezionale. L’Ogliastra è tra i luoghi già riconosciuti.
Zone Blu: perché si parla di nuovi standard
Per decenni il termine “Zona Blu” ha circolato con una certa libertà, tra articoli di divulgazione, documentari e campagne di marketing territoriale, senza che esistesse una definizione scientifica condivisa e verificabile.
Ora, qualcosa cambia. Un team internazionale di ricercatori specializzati in demografia, invecchiamento e validazione dell’età, riunito sotto l’egida dell’American Federation for Aging Research (Afar), ha messo a punto criteri rigorosi e misurabili per riconoscere ufficialmente le Blue Zones, le aree geografiche dove le persone vivono più a lungo rispetto alla media mondiale.
La Sardegna, e in particolare sei villaggi della regione dell’Ogliastra, figura già tra i modelli di riferimento, insieme a Nicoya in Costa Rica e a Okinawa in Giappone. L’obiettivo è “sostituire l’uso improprio e diffuso del termine Zona Blu con una definizione scientifica formale basata su dati demografici validati e su una revisione trasparente”.
I parametri
Il cuore della nuova proposta sono due indicatori demografici distinti ma complementari.
Il primo riguarda la longevità dopo i 70 anni: i dati devono mostrare che, in quella zona, le persone tendono a vivere più a lungo rispetto alla media dei paesi con la più alta aspettativa di vita al mondo.
Il secondo parametro misura la probabilità di raggiungere i cento anni, sempre a partire dai 70. Come spiegano i ricercatori, “entrambi sono necessari perché ciascuno cattura un aspetto diverso della sopravvivenza eccezionale”. Un luogo si qualifica come Zona Blu se il numero di uomini o donne supera una soglia composita basata su questi due indicatori, confrontata con almeno tre dei paesi più longevi del pianeta. Il numero assoluto di centenari, spesso citato in passato come prova sufficiente, non sarà più considerato un criterio autonomo: potrà restare “un utile contesto, laddove disponibile”, ma da solo non determinerà più il riconoscimento.
Dati verificabili e revisione esterna
Uno degli aspetti più innovativi della proposta riguarda la trasparenza dei dati. Non basta dichiarare di avere una popolazione longeva: servono registri anagrafici e dati amministrativi sufficientemente solidi, e soprattutto bisogna essere disposti ad aprirli a ricercatori esterni qualificati.
“Un luogo non potrà essere riconosciuto Blue Zone senza dati amministrativi sufficientemente solidi a supporto della validazione dell’età e senza la disponibilità a consentire a ricercatori esterni qualificati di esaminare le prove”, precisano gli scienziati. In sostanza, come sintetizza S. Jay Olshansky, che ha coordinato l’iniziativa, “lo status di Zona Blu deve essere guadagnato attraverso un’attenta analisi, non sulla base di aneddoti”.
Olshansky ha raccontato che questi criteri sono nati da una “collaborazione insolita tra esperti che a volte hanno affrontato le affermazioni sulla longevità da prospettive diverse”, ma accomunati da “un obiettivo comune”: rendere il concetto di Zona Blu “scientificamente preciso e comprensibile al pubblico”.
Da concetto popolare a oggetto di ricerca
Il termine Blue Zone fu lanciato da Dan Buettner, National Geographic Fellow, insieme ai demografi Gianni Pes e Michel Poulain.
Buettner ha commentato così il lavoro dell’Afar: “Per anni il termine Blue Zone è stato usato come sinonimo di luogo in cui le persone vivono vite straordinariamente lunghe, ma è rimasto ai margini della scienza”. Secondo lui, il nuovo standard “conferirà al termine una base scientifica e attirerà un maggior numero di ricercatori interessati a studiare queste straordinarie popolazioni anomale”.
Un punto di svolta importante era già arrivato l’anno scorso, quando un articolo pubblicato su The Gerontologist aveva prodotto quella che l’Afar definisce “la risposta scientifica finora più completa” agli scettici delle Zone Blu, dissipando i dubbi di lunga data sull’effettiva esistenza di queste popolazioni eccezionalmente longeve.
Steven N. Austad, direttore scientifico dell’Afar e coautore di quell’articolo, ha sottolineato che “oggi le Blue Zones offrono a molte discipline l’opportunità di approfondire le influenze biologiche e sociali sulla longevità e la salute”. Il dibattito, insomma, si è spostato: non si discute più se queste zone esistano davvero, ma come definirle, misurarle e studiarle con rigore.
Il nodo della scomparsa delle Blue Zones
C’è però un’ombra che si allunga su questo percorso di certificazione. Olshansky ha spiegato che il consenso tra i ricercatori “è emerso anche come conseguenza di un articolo di prossima pubblicazione che documenta la possibile scomparsa di alcune regioni delle Zone Blu”.
Un segnale che la longevità eccezionale non è necessariamente permanente, e che i fattori che la determinano possono cambiare nel tempo.
Per la Sardegna, e in particolare per i piccoli comuni dell’Ogliastra, questo rappresenta tanto un riconoscimento quanto un monito. Essere tra i modelli originari delle Blue Zones è un dato di fatto documentato da decenni di ricerca demografica; mantenersi tali, tuttavia, dipende da dinamiche che la scienza sta ancora cercando di capire fino in fondo.
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