Il convegno AdnKronos, a Roma, ha messo a fuoco i nodi del Sistema sanitario italiano: troppa cura, poca prevenzione, in un Paese che invecchia molto rapidamente.
L’Italia che non fa figli
Gli italiani continuano ad allungare la propria vita, l’aspettativa media ha raggiunto gli 85 anni, mentre il numero di nascite crolla, con un tasso di fertilità fermo a 1,14 figli per donna. Due dinamiche opposte che stanno trasformando in profondità la struttura demografica del Paese.
Il risultato è un sistema sanitario nato nel 1978, in un’Italia giovane e in crescita, che oggi deve fare i conti con una popolazione anziana e fragile. «La nostra sfida è attualizzare il Servizio sanitario pubblico a uno scenario completamente cambiato», ha spiegato il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato durante il convegno “Adnkronos Q&A – Salute, prevenzione e risorse: le sfide”. «Non siamo più il Paese del boom economico: oggi viviamo più a lungo e nascono meno bambini». Un cambiamento che non è solo statistico, ma incide direttamente sulla sostenibilità dell’intero sistema.
Il peso crescente delle malattie croniche
A pesare è soprattutto la diffusione delle patologie croniche, sempre più frequenti con l’avanzare dell’età. Secondo i dati illustrati nel corso dell’incontro, circa l’80% del Fondo sanitario nazionale viene oggi assorbito da malattie non trasmissibili come diabete, patologie cardiovascolari e disturbi neurodegenerativi. «Parliamo di condizioni che non si guariscono, ma si gestiscono per anni, spesso per tutta la vita», ha sottolineato Gemmato. Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Rocco Bellantone, ha descritto una realtà clinica complessa: «Gli ultraottantenni convivono spesso con più patologie e assumono anche 10-15 farmaci al giorno».
Uno scenario che mette in crisi un modello costruito per affrontare episodi acuti, non una cronicità diffusa e prolungata. Il problema, più che organizzativo, appare strutturale.
Prevenzione ancora marginale
Nonostante sia ormai acquisito che prevenire riduce i costi e migliora la qualità della vita, la distribuzione delle risorse resta sbilanciata. Solo il 5% della spesa sanitaria è destinato alla prevenzione, contro il 95% impiegato per la cura.
«Siamo di fronte a un cambiamento antropologico», ha osservato Alberto Siracusano, presidente del Consiglio Superiore di Sanità. «La prevenzione deve iniziare molto prima, addirittura dalla gravidanza, se vogliamo costruire una salute solida nel tempo». Dunque, intervenire tardi significa spendere di più e ottenere risultati peggiori. Ma cambiare rotta richiede una revisione profonda delle politiche sanitarie e culturali.
Sanità territoriale: meno ospedali, più prossimità
Tra le risposte individuate, emerge con forza la necessità di superare un modello centrato sugli ospedali. «Dobbiamo spostare il baricentro sul territorio», ha ribadito Ugo Cappellacci, presidente della Commissione Affari Sociali della Camera. «Solo così possiamo gestire le cronicità e ridurre la pressione sui pronto soccorso».
Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha indicato alcune direttrici operative: dalle Case di Comunità previste dal Pnrr alla riforma della medicina territoriale, fino al nuovo Piano sanitario nazionale, atteso dopo quindici anni. «Dobbiamo definire chiaramente chi fa che cosa», ha detto. Sul tema è intervenuta anche Marina Sereni, che ha sottolineato il rischio di squilibri tra pubblico e privato: «Serve un investimento forte sulle professioni sanitarie pubbliche. Se il territorio non funziona, tutto si scarica sugli ospedali e si spende di più».
Tecnologia e innovazione per ridurre i divari
Accanto alle riforme organizzative, le istituzioni guardano con attenzione alla tecnologia. Telemedicina, teleconsulto e intelligenza artificiale vengono considerati strumenti utili per migliorare l’accesso alle cure, soprattutto nelle aree più isolate.
«L’intelligenza artificiale non deve sostituire i medici», ha chiarito Sereni, «ma aiutarli a lavorare meglio, riducendo burocrazia e tempi». Un supporto, quindi, più che un’alternativa. Resta però il nodo dell’attuazione. I fondi del Pnrr destinati alla digitalizzazione non hanno ancora prodotto risultati pienamente visibili, segno che la trasformazione richiede tempi e capacità di gestione che vanno oltre le risorse economiche.
Il quadro che emerge è quello di un sistema chiamato a cambiare pelle senza perdere la propria identità. La longevità, da fattore di pressione, può diventare una risorsa. Ma solo a condizione che il sistema riesca ad adattarsi con rapidità e coerenza a una società che è già cambiata.
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