A grandi profondità il sonar ha rilevato una sagoma che per struttura forma e dimensioni ricorderebbe una nave
Il passato si può nascondere sotto strati di fango e acqua scura, finché un segnale imprevisto di un sonar lo riporta alla luce. Così è successo nelle profondità del lago di Garda, dove un’équipe di ricercatori ha recentemente individuato una struttura allungata di notevoli dimensioni. La forma ricorda quella di una nave, e per questo gli scienziati sussurrano già la parola che fa tremare gli appassionati di storia: potrebbe essere un nuovo relitto lago di Garda. Forse un’imbarcazione militare risalente alla Seconda guerra mondiale. La scoperta è avvenuta in una delle zone più remote e profonde del bacino, lontana dalle rotte turistiche e dalle aree di balneazione. A oltre trecento metri di profondità le onde sonore hanno ridisegnato una sagoma che non assomiglia né a una roccia né a un banco di sedimenti. Mancano le verifiche subacquee dirette, ma l’ipotesi è convincente.
Il precedente della seconda guerra mondiale
Non è la prima volta che il Garda regala sorprese. Anzi, chi lavora con i sonar lo sa bene: laghi profondi come questo sono pieni di falsi indizi. Formazioni rocciose dalla forma bizzarra, alberi secolari sprofondati, strati di limo e detriti organici: tutto può generare un’eco ingannevole. Eppure, il fondo del Benaco custodisce davvero tesori sommersi, e non solo geologici. Basta ricordare il caso del famoso veicolo anfibio Dukw, un gigante a sei ruote sviluppato dalla General Motors per la guerra. Per sessantasette anni quel mezzo è rimasto adagiato a centottanta metri di profondità, trasformandosi in un silenzioso monumento alla memoria. Venne ritrovato solo nel 2012, e il suo recupero raccontò una storia tragica: almeno ventiquattro soldati statunitensi persero la vita nel suo affondamento, avvenuto durante una notte di tempesta tra il 29 e il 30 aprile 1945. Solo un membro dell’equipaggio si salvò. Quel relitto affondato nel blu lago di Garda divenne improvvisamente un simbolo.
La galea veneziana
Tra Lazise e Sirmione, a una profondità modesta di venticinque-sette metri, riposa una galea veneziana dei primi anni del Cinquecento. Il naufragio più antico scoperto nel bacino. La nave faceva parte della flotta della Repubblica di Venezia, e secondo gli storici venne data alle fiamme deliberatamente nel 1509, durante la guerra della Lega di Cambrai. Un rogo voluto, per non lasciare nulla al nemico dopo l’ordine di ritirata del Senato. I resti di questo relitto affondato nel lago di Garda furono individuati già alla fine degli anni Cinquanta, ma solo oggi, grazie a nuove campagne di ricerca, si sta facendo il punto sulla sua conservazione. Lo scafo di una trentina di metri di lunghezza per tre e mezzo di larghezza è integro. Il freddo, l’oscurità e la scarsa ossigenazione del fondale fangoso hanno lavorato come dei perfetti conservatori.
Un museo sommerso a rischio
Ogni relitto è una capsula del tempo, ma anche un corpo fragile esposto alle aggressioni dell’acqua e della vita organica. Sul Garda, le condizioni generali sono relativamente buone rispetto ad altri laghi o al mare salato: il basso tenore di ossigeno nelle zone profonde rallenta la decomposizione. Tuttavia non sempre garantisce una conservazione perfetta, soprattutto per i resti umani. Nel Dukw, ad esempio, durante le operazioni di recupero non vennero trovati scheletri completi. Proprio per questo la scoperta di un relitto nelle profondità del lago se confermata, porrebbe subito il problema della sua conservazione. Il lago di Garda è meta di turismo subacqueo, ma le profondità estreme scoraggiano i curiosi senza attrezzature adeguate. Il vero rischio, semmai, viene dai cambiamenti ambientali e dalle specie invasive, come quella delle cozze provenienti dal Mar Nero che stanno già minacciando la galea veneziana.
Il respiro lungo del ghiacciaio
Il bacino del Garda è figlio dei ghiacciai. La sua forma attuale si è definita tra i dieci e i quindicimila anni fa, alla fine dell’ultima era glaciale. Prima ancora, la valle sottostante era stata modellata da millenni di processi tettonici ed erosivi. Poi arrivarono le lingue di ghiaccio che scesero dalle Alpi, scavando la roccia come enormi ruspe naturali. Quando si ritirarono, lasciarono una depressione profonda che l’acqua di disgelo e i fiumi riempirono lentamente. Così nacque più grande lago italiano. Questo spiega anche perché i sonar continuino a trovare tracce di ciò che è affondato. In alcuni punti il fondo scende vertiginosamente oltre i trecento metri, e in quelle fosse l’attività umana non ha quasi mai lasciato segno. Il nuovo relitto lago di Garda – se di relitto si tratta – giace proprio in una di quelle aree remote. Per ora si attende la parola definitiva che spetta alle immersioni e alle analisi. Una cosa è certa: il Garda non ha ancora detto la sua ultima parola, e il suo fondo continuerà a stupire per molto tempo ancora.
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