Le frasi celebri, la passione per i vigneti e le commoventi parole su Robin Williams: ritratto di un uomo tranquillo
Con un commovente post su Instagram la famiglia ha annunciato la morte di Sam Neill, scomparso oggi a 78 anni per un cancro che lo aveva colpito da tempo. Tra le migliaia di battute dei suoi personaggi, interpretati nella lunga carriera, ce n’è una rimasta storica: “La vita trova sempre una strada”. Pronunciata nel primo Jurassic Park, nel quale interpretava il paleontologo Alan Grant, con quel misto di meraviglia scientifica e timore reverenziale davanti a un dinosauro che non avrebbe dovuto esistere, questa frase è diventata molto più di una semplice battuta cinematografica. È diventata un mantra, un inno alla resilienza della natura e, per milioni di spettatori, l’essenza stessa del volto di Sam Neill. Quel volto, tra il severo e il curioso, era quello di un attore che non ha mai amato le luci della ribalta, ma che ha lasciato un’impronta indelebile. E quella frase sembra racchiudere tutta la filosofia di un uomo che, nella vita reale, ha sempre cercato di vivere lontano dai riflettori, seguendo il suo istinto più profondo.
Nigel, Sam e una carriera nata quasi per caso
Prima di essere il Dr. Alan Grant, era Nigel John Dermot Neill, nato in Irlanda del Nord da genitori neozelandesi nel lontano 1947. Il destino del suo nome lo ha segnato subito: una volta trasferitosi in Nuova Zelanda, capì che “Nigel” non si addiceva a un futuro attore. Scelse “Sam” e si salvò, come disse scherzando anni dopo, da “una vita di dolore”. Eppure, diventare attore non era nei suoi piani. Dopo una laurea, iniziò a fare il regista di documentari. Fu quasi per caso che, nel 1977, accettò un ruolo in “Sleeping Dogs”, il primo film neozelandese a essere distribuito negli Stati Uniti. Un inizio umile per quello che sarebbe diventato uno dei volti più versatili e riconoscibili del cinema mondiale. Come lui stesso ha confessato: “Quando ho iniziato a fare film, non mi era mai realmente passato per la mente che avrei potuto fare carriera come attore”.
Il 1993: “Benvenuti a Jurassic Park
L’apice della sua fama arrivò nel 1993. Da un lato, indossando il cappello da esploratore per Steven Spielberg in “Jurassic Park”, il film che avrebbe cambiato per sempre il cinema d’intrattenimento. Dall’altro, interpretando il severo marito di Holly Hunter in “Lezioni di Piano”, il film drammatico che ha conquistato la Palma d’Oro a Cannes e tre premi Oscar. Due ruoli lontanissimi, due successi mondiali. Forse suo malgrado, era diventato una star. Ma il suo sguardo ironico e un po’ scanzonato sulla fama non è mai cambiato. In un’intervista, a proposito di “Jurassic Park”, commentò: “Se stai facendo film in Nuova Zelanda, non puoi evitare il paesaggio. È sicuramente più bello di me”. E quella battuta non era solo modestia, era l’essenza di un uomo che non ha mai preso troppo sul serio il mestiere dell’attore, tanto da confessare: “La cosa patetica degli attori è che non si sentono validi a meno che non stiano recitando. Se tutto ciò che facessi fosse recitare, impazzirei”.
La vita lontano dal set
E in effetti, la sua vita era oltre Hollywood. Nel 1983, Neill aveva acquistato un terreno nella regione di Central Otago, in Nuova Zelanda, dando vita alla sua tenuta vinicola, la “Two Paddocks”. La vigna era la sua ancora, il suo rifugio lontano dal caos. “Sono per metà agricoltore e per metà attore”, amava ripetere. Una passione profonda che gli ha permesso di tenere i piedi per terra e di sfuggire all’ingranaggio della celebrità. Il cinema gli dava fama, i suoi vigneti gli davano equilibrio. La sua vita era quella di un uomo che, nonostante i successi, non ha mai dimenticato le sue radici. “Ho lavorato tutta la vita per liberarmi di qualsiasi personaggio”, ha detto. E in fondo, è stato proprio questo a renderlo così autentico. La sua filosofia era semplice e terrena: piantare viti, aspettare che crescessero, e ricordarsi che, come i dinosauri del suo film più famoso, anche la vita di un uomo è fatta di cicli lenti, di attese, di semi che germogliano.
“L’uomo più triste che abbia mai conosciuto”
Dietro l’umorismo e la schiettezza, Sam Neill possedeva una grande sensibilità, che ha rivelato nei suoi scritti e ricordando i colleghi. Nel suo libro di memorie, “Did I Ever Tell You This?”, ha dedicato pagine commoventi a Robin Williams, suo compagno di set in “L’uomo bicentenario”. Ne ha tracciato un ritratto che è insieme un omaggio e un dolore: “Robin era la persona più divertente con cui abbia mai lavorato ma, allo stesso tempo, la persona più triste. Era ricco, famoso, la gente lo amava, il mondo era la sua ostrica. Eppure era l’uomo più solo su un pianeta solitario”. Quelle parole, cariche di empatia, ci raccontano di un Sam Neill lontano dallo stereotipo dell’attore, empatico al punto di guardare oltre la maschera del comico per vedere la fragilità umana. Lontano dalle apparenze del palcoscenico, sapeva leggere nel profondo dell’animo umano.
L’ultimo atto
Negli ultimi anni Neill ha affrontato una battaglia personale contro un raro linfoma a cellule T. Ne ha parlato con la stessa onestà che gli era così congeniale. Di sè disse in un’intervista a Rolling Stone: “Non ho paura di morire, ma mi infastidirebbe. Mi piacerebbe davvero avere un altro decennio o due. Ho i miei adorabili nipotini. Voglio vederli diventare grandi”. Una frase che racchiude l’accettazione della realtà, mescolata a un amore profondo per la vita e le piccole cose. Non recitava, parlava il linguaggio di un uomo che aveva imparato che la vera celebrità è fatta di affetti, di vino, di alberi che crescono e di storie da raccontare. Anche di fronte alla malattia, ha mantenuto quella schiettezza connaturata, rifiutando di trasformare la sua sofferenza in uno spettacolo. E a chi tempo fa gli chiedeva quale canzone volesse al suo funerale, aveva risposto: “I Will Remember You, di Sarah McLachlan”.
Credit foto: Luis Javier Villalba/Shutterstock.com
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