Nel 2026 l’attrice più desiderata di Hollywood avrebbe compiuto 100 anni. Ma se tutti pensano di conoscere la Marilyn esplosiva, in pochi hanno conosciuto Norma Jeane, la ragazza ferita dalla vita che leggeva Virginia Woolf
È il 19 maggio 1962 al Madison Square Garden di New York. Una donna bionda avanza verso il microfono in un vestito di cristallo cucito direttamente sul corpo perfetto. Poi inizia a cantare Happy Birthday, Mr. President con quella voce suadente, impossibile da dimenticare, sempre sul punto di spezzarsi. John Fitzgerald Kennedy, seduto in platea, sorride. Il mondo intero li guarda.
Quella donna si chiama Norma Jean Baker, ma per tutti è Marilyn Monroe, ha trentasei anni. Di lì a meno di tre mesi sarebbe morta.
A cento anni dalla nascita – il 1° giugno 1926 – quella scena è ancora lì. Non invecchia, non sbiadisce. Anzi: più passa il tempo, più quella figura in bianco che brilla sotto i riflettori sembra concentrare in sé qualcosa che va oltre la biografia, oltre il gossip, persino oltre il cinema. Marilyn Monroe è uno di quei rari casi in cui una persona si trasforma in simbolo mentre è ancora in vita, e poi lo rimane per sempre.
Norma Jeane Baker nasce a Los Angeles: sua madre, Gladys, ha disturbi mentali che spesso richiedono il ricovero. Ha solo due settimane quando per la prima volta finisce in una casa famiglia di Hawthorne, in California. Il trasferimento presso l’amica di famiglia Grace McKee Goddard a 11 anni cambia il suo destino, finché McKee Goddard e suo marito annunciano il trasferimento in West Virginia e offrono alla ragazza quindicenne la scelta tra sposare James Dougherty, un vicino ventunenne, o tornare in orfanotrofio. Lei sceglie il matrimonio. Si sposano nel 1942 e si separano nel 1946. È già la storia di una vita trascorsa a subire scelte altrui pur di non restare sola.
La mercificazione ha un prezzo: 50 dollari. Tanto è pagata nel 1949 per posare nuda. Hugh Hefner compra la foto per 500 e ne fa il simbolo di Playboy: il corpo di Marilyn vale così tanto per il mondo, ma quasi nulla per lei. Lo stesso scarto si ripete nelle relazioni. Tre matrimoni – con il marito-bambino Dougherty, con il geloso Joe DiMaggio, con l’intellettuale Arthur Miller – rivelano una ricerca costante di protezione e stima, naufragata ogni volta in un ruolo troppo stretto o in un partner incapace di reggere la sua complessità.
Perché Marilyn è complessa. Ama circondarsi di gente colta, la sua biblioteca conta oltre 400 volumi, da Virginia Woolf a Tennessee Williams. Ha una tenerezza particolare per i cani, come il maltese Maf, un regalo di Frank Sinatra. Studia recitazione, vuole ruoli seri, ma gli studios la ricacciano invariabilmente nel cliché della bionda sexy. Questo conflitto interiore – tra aspirazione intellettuale e destino di bomba sexy – le scava dentro un vuoto incolmabile, aggravato da una maternità assente che la lascia bisognosa d’amore.
In questo vuoto si infilano i Kennedy. La relazione con JFK è breve, quasi ufficiale solo nella notte del Garden. Più oscuro e duraturo il legame con il fratello Robert. Testimonianze parlano di incontri discreti, di un possibile ménage à trois proprio dopo quel compleanno, e di una vicinanza pericolosa tra la fine della storia con Bobby e la morte. Vero o no, quei rapporti la trasformano in un corpo di scambio tra sesso e politica.
La notte del 4 agosto 1962 poco dopo la mezzanotte, Marilyn giace senza vita nel letto della sua casa di Los Angeles. Per il referto ufficiale, confermato dall’assenza di segni di lotta sul corpo, la causa del decesso è un’overdose di barbiturici. La diva, 36 anni, è stata vista per l’ultima volta la sera prima, nervosa e fragile, con la mente occupata da insicurezze, problemi di lavoro e tensioni personali. L’ultimo film, Gli spostati, uscito un anno prima, era suonato come un presagio. Tra i tre “fuori posto” interpretati da lei, Clark Gable e Montgomery Clift – falliti, soli e feriti – il suo personaggio, Roslyn, è diviso tra desiderio di una vita normale, storie d’amore sbagliate e un’urgenza di fuga. Quasi un’auto rappresentazione di sé stessa, incapace di trovare equilibrio stabile tra set, rapporti umani e identità personale.
Nel 1982, un riesame dei referti ribadisce la versione ufficiale ma non chiude definitivamente la porta ai dubbi: intorno a quella notte gravano troppe incongruenze – porte lasciate aperte, conversazioni telefoniche, presenze sospette – a far sopravvivere il sospetto che la storia possa essere più complessa del suicidio di una star vulnerabile. Così la sua fine resta ufficialmente un caso chiuso, ma nel racconto collettivo continua a vivere come un giallo, dove la verità probabilmente è un misto di fragilità personale, pressione esterna e un sistema pronto a coprire quello che non vuole rivelare.
Marilyn non fu solo vittima. Cercò per tutta la vita di costruire una relazione con sé stessa, di diventare soggetto e non oggetto. Ma il sistema – Hollywood, gli uomini, la politica – la riportò sempre a essere un’immagine.
La sua trasformazione in icona pop trova il suo sigillo definitivo nell’arte di Andy Warhol. Poche settimane dopo quella notte fatale, Warhol prende una foto promozionale del film Niagara e la trasforma in una serigrafia: il volto di Marilyn diventa ripetibile, seriale, svuotato e insieme moltiplicato all’infinito. Non un omaggio alla diva, ma un commento spietato sulla società dello spettacolo: quel corpo che era stato comprato per 50 dollari, modellato dalla chirurgia, usato da Hollywood e dalla politica, ora diventa un archetipo. Il principale interprete dell’immaginario americano ha colto nella sua opera la perfetta fusione di bellezza, fragilità e morte dell’attrice più desiderata d’America.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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