L’Oms dichiara l’emergenza sanitaria internazionale. Non siamo ai livelli del Covid, ma il ceppo Bundibugyo e i contagi richiedono attenzione
Nei giorni scorsi l’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso di alzare il livello di attenzione per il focolaio di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo e lambendo l’Uganda. La conclusione è arrivata al termine di una riunione d’emergenza e la notizia ha fatto il giro del mondo, evocando ricordi ancora freschi della pandemia da Covid-19. Ma per gli esperti, non si tratta ancora di questo. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, chiarisce che la diffusione di Ebola non soddisfa i criteri per essere definita una pandemia, come invece accadde con il coronavirus. Non abbiamo di fronte un virus che si diffonde con la stessa facilità per via aerea, né una minaccia destinata a travolgere i sistemi sanitari di tutti i continenti. Tuttavia l’emergenza internazionale è il massimo livello di allarme previsto dalle regole sanitarie globali. Serve a mobilitare risorse, fondi e personale in fretta, prima che la situazione possa sfuggire di mano.
Cosa sta succedendo
Al momento, i numeri parlano di oltre trecento casi sospetti e ottantotto decessi accertati. Ma come spesso accade in contesti fragili, il dato reale potrebbe essere più alto. A preoccupare gli esperti non è solo il conteggio, ma la geografia del contagio. Un caso confermato in laboratorio è stato segnalato a Kinshasa, la capitale del Congo, che dista circa mille chilometri dall’epicentro dell’epidemia. Questo significa che il virus potrebbe già aver viaggiato lungo le rotte interne del Paese, trovando terreno fertile in una delle megalopoli più caotiche e sovraffollate del continente. Intanto è giunta la conferma di due casi in Uganda. Le autorità sanitarie dei due paesi stanno cercando di ricostruire la catena dei contatti, ma il compito è reso arduo dagli spostamenti continui della popolazione e dalla presenza di zone di conflitto armato. L’Oms ha comunque sconsigliato la chiusura delle frontiere internazionali, ritenendola una misura inefficace e dannosa.
Il problema Bundibugyo
Il focolaio in corso è causato dal virus Bundibugyo, una variante rara dell’Ebola per cui al momento non esistono vaccini né trattamenti approvati. Comparso per la prima volta in Uganda nel 2007, ha un tasso di letalità stimato tra il 25 e il 40%. Una cifra altissima se paragonata all’influenza stagionale, anche se inferiore ai picchi del 90% raggiunti da altre varianti in contesti privi di cure. La malattia che provoca è grave e spesso fatale: febbre alta, debolezza estrema, vomito, diarrea e in molti casi emorragie interne ed esterne. Si trasmette attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei di persone infette, come sangue, sperma o vomito, oppure attraverso oggetti contaminati. Questo meccanismo di trasmissione, per quanto pericoloso, è meno immediato di quello di un virus respiratorio come l’influenza. Ed è proprio questa la ragione principale per cui l’Oms esclude, per ora, uno scenario pandemico.
Perché il contesto locale complica la risposta
La trasmissione dell’Ebola avviene attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei di chi è infetto. Ecco perché il contesto locale gioca un ruolo decisivo. Nelle province di Ituri e Nord Kivu, dove si concentra la maggior parte dei casi, la presenza di gruppi ribelli, gli sfollamenti continui della popolazione e la fragilità del sistema sanitario rendono un incubo il tracciamento dei contatti. Gli esperti avvertono che diversi contagi sono avvenuti all’interno di strutture mediche e hanno coinvolto infermieri e dottori. In passato, questo elemento ha sempre accelerato gli altri focolai di Ebola, trasformando gli stessi luoghi di cura in amplificatori dell’epidemia. A tutto questo si aggiunge un ritardo nell’individuazione del primo caso, che lascia supporre una trasmissione comunitaria già attiva in diverse regioni.
Cosa significa emergenza internazionale
Nonostante il quadro preoccupante, l’agenzia delle Nazioni Unite ha sconsigliato esplicitamente la chiusura delle frontiere internazionali. Una misura del genere, oltre a essere spesso inefficace, rischierebbe di isolare i Paesi colpiti e di alimentare stigma e disinformazione. La strategia suggerita è un’altra. Rafforzare i sistemi di sorveglianza, potenziare i laboratori mobili, formare il personale locale e investire in campagne di educazione sanitaria. In pratica, tutto ciò che ha funzionato durante le grandi epidemie del passato in Africa equatoriale. Lo status di emergenza internazionale non è quindi una dichiarazione di impotenza, ma piuttosto un meccanismo per accelerare i tempi. Serve a sbloccare finanziamenti, far arrivare sul campo squadre specializzate e coordinare la ricerca. Per l’Ebola, come per altre malattie infettive, la velocità della risposta fa la differenza tra un focolaio domato e una crisi fuori controllo.
Le lezioni del passato
Tra il 2014 e il 2016, l’Ebola causò più di undicimila morti in Africa occidentale, seminando il panico in paesi come Sierra Leone, Liberia e Guinea. Allora la risposta globale fu lenta e frammentata. Oggi, per fortuna, gli strumenti sono migliori. Le squadre mediche internazionali sono già al lavoro nelle province colpite per allestire centri di trattamento e isolamento. L’obiettivo è spezzare le catene di trasmissione prima che il virus possa mettere radici anche in altre nazioni vicine. Per ora, quindi, niente panico. Ma neppure distrazione. Come in un effetto farfalla, in un mondo interconnesso, un focolaio dimenticato in un angolo remoto dell’Africa può diventare rapidamente un problema di tutti. La differenza la farà la rapidità delle decisioni, la trasparenza dei dati e la capacità di portare le cure dove servono prima che sia troppo tardi. Intanto il Ministero della Salute ha preso già una prima decisione, emanando una circolare rivolta a tutti coloro che rientrano da Congo e Uganda.
Credit foto: Sergey Uryadnikov/Shutterstock.com
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