Il nuovo album del cantautore romano riprende vecchie poesie sue e di suo fratello e le fa diventare 20 canzoni piene di vita, di attualità e di speranza
«Sono partito da frammenti, idee, testi lasciati un po’ lì, abbandonati. Li ho ripresi e ho dato loro più compiutezza, lavorando sul senso della parola. Sono testi di mio fratello e miei, che avevo preso in considerazione per i primi due album e che poi ho trascurato per lavorare su altri», ci dice Max Gazzè, presentandoci il suo nuovo disco L’ornamento delle cose secondarie, uscito nel trentennale dalla pubblicazione del suo LP di debutto Contro un’onda del mare. «Oggi li ho ripresi e sono partito dalla loro musicalità intrinseca, le loro assonanze, consonanze, rime interne che sono già musica, per costruire 20 canzoni. Ho generato un contrappunto musicale sui suoni che erano già nel testo e che ho voluto prevalessero sullo schema canzone tipico. Sono così più libere, per cui prendono un’aria progressive.»
In effetti l’album è vario e articolato, pur con la sua andatura generalmente old style. Si passa da momenti dolci e delicati a brani decisamente anni 80, da melodie che hanno presente la lezione di Franco Battiato (che Max ricorda con un affetto quasi filiale) a passaggi rock così come jazzy, mentre la maggior parte del progetto si attesta su riferimenti progressive alla Gentle Giant e alla Electric Light Orchestra.
Gazzè tiene a sottolineare il lavoro svolto sulle sonorità, dato che tutto il cd è stato suonato e registrato senza elettroniche, con strumenti acustici, anche quelli dell’orchestra, ed elettrici accordati a 432 hertz (non a 440 com’è consuetudine dal 1939 in poi) e con microfoni a valvole e a condensazione diffusi in gran numero nello studio. L’esito di spazialità, profondità, naturalezza, morbidezza del suono potrà essere recepito solo con un impianto hi-fi di buona qualità, ma chi lo possiede avrà ottime sensazioni di ascolto.
Del significato dei testi ci parla direttamente il cantautore… «Si passa da due brani che sono la continuazione degli omonimi presenti sul disco d’esordio, L’eremita parte 2 e Sul filo parte 2, fino alla sana follia del conclusivo L’oscurità. Parlo della perdita delle illusioni e della sospensione emotiva cui ti induce il dover scegliere, del legame invisibile tra le generazioni e del dolore necessario di quando si lascia andare una persona cara. Poi Da piccolo è il ricordo dell’infanzia, La legge dell’etica una dichiarazione di responsabilità morale verso la giustizia, l’equità e l’onore, Attriti un elogio alla leggerezza interiore, Ali una meditazione sull’insufficienza umana e Io Giuda un monologo interiore che esplora colpa, rimorso e consapevolezza.»
C’è anche Faccia da vecchi…
«È una canzone che descrive l’attraversamento delle varie età della vita. Sono convinto che, se anche ogni stagione porta un volto diverso, resta una continuità invisibile, perché il trascorrere del tempo non è solo decadimento ma sedimentazione. Dentro ci sono anche alcune ricerche sonore, come l’utilizzo dell’oud armeno e di una chitarra elettrica non amplificata, registrata con il microfono quasi appoggiato sulle corde.»
Lei si sta avvicinando ai sessant’anni, cosa le porta oggi l’avanzare dell’età?
«Credo che tutto il disco sia una riflessione sulla nuova consapevolezza che arriva con il procedere dell’età. Il mio obiettivo è stato quello di dare importanza ai dettagli marginali affinché diventino primari. L’ornamento delle cose secondarie è quello che offre ciò che è stato messo in secondo piano nel tempo. Le cose primarie non hanno bisogno di spazio, le secondarie hanno bisogno di dedizione. È una buona metafora che si recepisce con il procedere dell’età e indica la progressiva necessità delle attenzioni da dare alle cose piccole.»
È per questo che spesso nel disco si parla del tempo…
«La parola tempo definisce un grande inganno, una grande illusione. Ho scoperto la fregatura del tempo proprio indagandone la natura, vista attraverso varie culture. La sua percezione è diversa dall’interpretazione lineare che diamo. Possiamo sperimentare un tempo alla volta, che dipende da dove siamo, ma non è il tempo che cambia, cambia la coscienza che si muove dentro di esso. L’eternità è il continuo divenire delle cose e il cambiamento è il continuo presente. Lo affermano anche le teorie della quantistica contemporanea.»
Porterà questo album dal vivo per un tour del trentennale da ottobre a tutto dicembre in piccoli teatri. A parte il fatto che rimarrà tre giorni in ogni città è quasi una scelta da musicista giovane, esordiente…
«Lo faccio soprattutto per far ascoltare al pubblico le canzoni con la qualità con cui sono state registrate. Un impegno quasi ossessivo compulsivo che mi ha fatto scoppiare il cervello: trovare le accordature, collocare al meglio microfoni, scegliere apparecchiature e strumenti vintage, persino far costruire un vibrafono e una fisarmonica accordati a 432 hz… Però poi ascoltare questo suono “morbidone” è bellissimo. E trovare il proprio suono, il suonare insieme cose vere, magari con strumenti come zampogne, chitarre classiche, tamburi a cornice, che sono affascinanti, è quello che consiglio ai giovani. Devono puntare sul live, perché c’è sempre uno stacco tra quello che è autentico e quello che è finto, e il pubblico che ama la musica lo coglie subito. Credo sia una questione proprio etica.»
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