Viaggio tra i colpi di genio più famosi della storia fioriti durante quarantene, estati piovose o vacanze al mare. Perché per cambiare il mondo, a volte, la prima regola è non fare assolutamente nulla
Gli antichi romani lo chiamavano otium e lo consideravano sacro: il tempo libero dagli impegni pubblici, dedicato alla crescita personale, era il momento per lo studio, la filosofia, la scrittura e la cura dello spirito. La celebre massima attribuita a Cicerone “Non si è mai così attivi come quando non si fa nulla”, spiega perché alcune delle idee che hanno cambiato il mondo sono germogliate in stanze vuote, spiagge solitarie e giorni lontani dalla routine.
Quattro storie emblematiche ci ricordano che ‘annoiarsi’ non è una perdita di tempo, ma – al contrario – la condizione necessaria perché nasca qualcosa di nuovo.
La mela e la peste. Nel 1665, l’Università di Cambridge chiude per un’epidemia di peste e il giovane Isaac Newton torna nella tenuta di famiglia a Woolsthorpe, nel Lincolnshire. Niente lezioni, niente colleghi. Lo attendono due anni di isolamento in un giardino di campagna. È in questo riposo forzato che nasce l’aneddoto della mela caduta dall’albero: fu lui stesso, anni dopo, a raccontare l’episodio all’amico William Stukeley. Vero o romanzato che sia, è in quel periodo che getta le basi della legge di gravitazione universale, oltre che del calcolo infinitesimale e delle sue teorie sull’ottica. Il biennio sabbatico più produttivo della storia della scienza nacque a causa della quarantena.
Una villa abitata da mostri. Estate 1816: a causa dell’eruzione del vulcano Tambora, l’Europa vive quello che passò alla storia come “l’anno senza estate”. Bloccati da freddo e pioggia nelle immense stanze di Villa Diodati, sul lago di Ginevra – stremati dalla noia -, Mary Wollstonecraft Godwin (futura Shelley), Percy Shelley, Lord Byron e il medico di quest’ultimo, John Polidori, si sfidano a scrivere un racconto dell’orrore. Nascono così il capolavoro di Mary, Frankenstein, uno dei miti fondativi della letteratura moderna, e Il Vampiro di Polidori, antesignano del Dracula di Bram Stoker.
Sapore di sale, sapore di Sicilia. È l’estate del 1963. Gino Paoli è a San Gregorio, piccola frazione di Capo d’Orlando, tra Palermo e Messina. Così racconta la nascita del suo capolavoro: “Sapore di sale è nata grazie a un mio viaggio per fare una serata. Era un posto dove non c’era niente. Siamo rimasti lì un mese, con la spiaggia e niente di niente davanti. Sono tornato a casa e mi è sembrato di rientrare in un mondo che non mi piaceva”. Arrangiata da Ennio Morricone, la canzone è da allora colonna sonora ufficiale di ogni estate italiana. Come riporta la biografia di Enrico De Angelis, lo stesso Paoli dichiarò che il testo era un flash, un lampo di luce, uno stacco dalla realtà, come dovrebbe essere una vacanza.
Una finestra aperta ‘illuminante’. Nel 1928, alla vigilia delle ferie estive, il microbiologo Alexander Fleming parte per le vacanze e – per la fretta – dimentica nel laboratorio londinese del St Mary’s Hospital le piastre di coltura batterica sul tavolo accanto alla finestra. Al rientro nota qualcosa di strano: su una piastra contaminata da una muffa i batteri sono scomparsi. Ed ha un’intuizione. Quella muffa è il Penicillium e, quella distrazione vacanziera, diventerà la penicillina che avrebbe salvato centinaia di milioni di vite.
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