Ogni epoca ha affrontato sfide impegnative, talvolta drammatiche. Pensiamo solo al secolo scorso, sconvolto da due guerre mondiali. Tuttavia, non c’è dubbio che la transizione digitale guidata dall’intelligenza artificiale oggi rappresenti un cambiamento continuo, senza precedenti. In questo scenario, il calo demografico emerge come il problema sociale forse più rilevante, solo in parte compensato da flussi migratori che richiedono, però, efficaci politiche di integrazione.
Il punto di riferimento per non smarrire la bussola rimane la Costituzione, che è realmente l’architrave della nostra Repubblica. È il risultato straordinario di una sintesi tra forze politiche distanti tra loro, ma unite dalla forte volontà di ricostruire e ridare un futuro al nostro Paese attraverso regole condivise.
Se proviamo a calarci per un attimo in quell’epoca, ne percepiamo tutta la portata: l’Italia era appena uscita dai disastri della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra Civile e da una dittatura fascista durata vent’anni. Eppure, nonostante le tragedie, l’odio, le rovine e le contrapposizioni ideologiche anche radicali, i protagonisti politici di allora riuscirono nell’impresa “impossibile” di realizzare una Carta nella quale si riconoscesse tutto il Paese che doveva rinascere. Ogni articolo è importante proprio per questo, ed è interessante notare come l’ultimo, il 139, sia una sorta di sigillo al valore centrale della Carta e alla sua inviolabilità in quanto custode della libertà e della democrazia: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.
Quella stessa solidità istituzionale si rivelò decisiva anni dopo, quando il terrorismo segnò il periodo più drammatico della storia repubblicana. Anche allora le istituzioni, con i partiti e le forze dell’ordine, riuscirono a vincere una minaccia mortale. L’Italia trovò in sé gli anticorpi per reagire con la forza responsabile della democrazia quotidiana e con la volontà delle persone di portare avanti i valori costituzionali, facendo il proprio dovere a ogni livello.
Per me, allora giovane Sottosegretario al Turismo e allo Spettacolo, vivere quella stagione significò credere profondamente nelle potenzialità attrattive del nostro Paese e della nostra cultura. Ricordo che Giulio Andreotti, a quel tempo capo del Governo, mi diede l’incarico di organizzare una grande conferenza convocando tutte le Regioni con gli assessori al turismo per lanciare l’idea di sviluppare un’attività turistica distribuita su dodici mesi all’anno. Fu una grande intuizione di Andreotti e una dimostrazione tangibile della volontà politica di guardare al benessere diffuso del Paese, nonostante la pressione costante dell’emergenza terrorismo.
Il mio legame con quelle istituzioni era iniziato ancora prima, quando fui eletto nella Quinta legislatura, risultando il più giovane deputato alla Camera. Ricordo bene che il Corriere della Sera aveva titolato: “Sangalli il più giovane, Nenni il più vecchio”. Ho citato non a caso Pietro Nenni, figura leggendaria, perché faceva parte di una Camera che era espressione di una politica di altissimo livello, popolata da uomini e donne che avevano fatto la storia della Repubblica.
Il primo giorno ero più che emozionato. Entravo in un Palazzo dove mio padre, prima di me, aveva servito in tre legislature nelle fila della Democrazia Cristiana; proprio in quell’Aula si era sentito male, per poi mancare alcuni mesi dopo. In quel clima di solennità e memoria, ricordo un piccolo aneddoto: all’ingresso di Montecitorio c’erano due carabinieri di guardia e, con mia grande sorpresa, ne riconobbi uno. Era un caro amico di Porlezza, il mio paese di nascita, che stava svolgendo il servizio militare nell’Arma. Dopo un certo imbarazzo iniziale rispose al mio saluto, che poi divenne un abbraccio commosso e che per poco non gli costò una punizione.
Entrando a Montecitorio, fui accolto con un calore inaspettato da molti deputati di lungo corso che ricordavano mio padre con affetto e molta considerazione per le sue qualità politiche e umane. Mi colpì particolarmente Giancarlo Pajetta, uomo di spicco del Pci e noto per le sue posizioni ortodosse. “Con tuo padre – mi disse – mi sono confrontato in alcuni comizi pubblici. Era un grande oratore e un grande galantuomo”.
Erano altri tempi. E ancora oggi, a quel ricordo, mi commuovo, perché credo che il riconoscimento vero del valore di un avversario politico rappresenti, ieri come oggi, un segno di profonda civiltà umana e un valore inestimabile da cui ripartire per affrontare le sfide del nostro domani.
© Riproduzione riservata
