Nella Parigi del dopoguerra, Louis Réard presenta la sua creazione: un costume da bagno esplosivo come l’atomica
Per comprendere la portata dello scandalo che ha accompagnato l’uscita di questo accessorio cult, bisogna entrare nel tempio dell’eleganza parigina dove tutto è iniziato, tra il XVI arrondissement e Boulogne-Billancourt. Vero e proprio simbolo del movimento Art Déco, la piscina Molitor, inaugurata nel 1929, è un monumento all’art de vivre. Cabine in stile transatlantico, verniciate di blu e bianco. Spogliatoi decorati con mosaici Art Déco. D’estate è il ritrovo della haute société parigina. Donne in tailleur di lino, uomini in camicia bianca e cravatta, bambini che imparano a nuotare.
Qui, tutto è calibrato, tutto è decoroso, anche, naturalmente, i costumi da bagno delle donne, che coprono il corpo dalla spalla alla coscia: lane pesanti, cotoni scuri, spesso con una piccola gonna integrale per nascondere anche l’attaccatura delle gambe. L’idea di mostrare l’ombelico è semplicemente impensabile.
È proprio qui che il fino ad allora sconosciuto Louis Réard ha in mente di lanciare la sua bomba. Cinquant’anni, basso, tarchiato, con capelli neri impomatati e occhi piccoli. Prima della guerra faceva l’ingegnere meccanico, poi si è ritrovato a gestire l’atelier di costumi da bagno della madre, in rue Saint-Honoré. Forse è proprio la formazione tecnica a spingerlo a vedere il costume da bagno come un problema di ingegneria tessile: meno stoffa, meno peso, meno resistenza in acqua. Più libertà.
Nella primavera del 1946, il suo principale concorrente, Jacques Heim, lancia un due pezzi battezzato “Atome”. Lo pubblicizza come “il più piccolo costume da bagno del mondo”. Réard vuole superarlo. Il risultato è un azzardo: quattro triangoli di stoffa – due per il reggiseno, due per lo slip – dal peso di 200 grammi. La superficie totale? Circa 194 centimetri quadrati, non di più. Una cifra minuscola che Réard ama tradurre in un gesto: un vero bikini, ripete ai giornali, deve poter passare attraverso un anello nuziale. O essere infilato in una scatola di fiammiferi.
Se Atome ancora copriva l’ombelico, Réard azzarda e lo lascia scoperto. Per la prima volta nella storia della moda, un costume da bagno femminile mostra quella piccola, rotonda, impertinente porzione di ventre. Ed è lì, in quel centimetro quadrato di pelle in più, che scoppia la vera bomba.
Ma come chiamarlo? Quattro giorni prima della presentazione, il 1° luglio 1946, gli Stati Uniti fanno esplodere una bomba all’idrogeno sull’atollo di Bikini, nelle isole Marshall. Le fotografie dei giornali mostrano un fungo atomico che si alza nell’oceano, potenza e fascino insieme. Réard ha un lampo. Il suo costume è piccolo ma capace di far saltare in aria decenni di morale borghese. Lo chiamerà “bikini”. Come l’atollo. Come l’esplosione. La provocazione è servita.
Per la presentazione, il 5 luglio del ’46, Réard sceglie la piscina Molitor: il luogo più visibile, più glamour, più frequentato della Parigi estiva. Se il bikini fa scandalo lì, lo farà in tutto il mondo.
Ha un solo problema: trovare una modella. Quelle professioniste guardano il bozzetto solo per dire no. Sta per disperare, quando qualcuno gli parla di Micheline Bernardini. Diciannove anni, ballerina al Casinò de Paris. Lei guarda il costume e chiede: “Dove devo firmare?”.
Così quel giorno entra in scena indossando una vestaglia di spugna bianca.
Nella mano destra tiene una scatola di fiammiferi, nella quale il costume da bagno avrebbe dovuto entrare. Effetto assicurato. Sul fondo, Louis Réard sorride.
Nei mesi seguenti, il caso bikini scoppia ovunque, dall’Europa agli Stati Uniti. Réard riceve lettere di minacce, ma anche cinquanta richieste al giorno da negozi di tutto il mondo. Per diventare un’icona globale, il bikini ha ancora bisogno di qualcosa. Ha bisogno del cinema.
È il 1962. Sullo schermo arriva Agente 007 – Licenza di uccidere, il primo film di James Bond. E arriva anche lei, Ursula Andress, nei panni di Honey Ryder. La scena è leggendaria: l’attrice emerge dall’acqua di una spiaggia giamaicana, bionda, abbronzata, impugnando un grosso coltello e indossando un bikini bianco che lascia ben poco all’immaginazione. Quel bikini, disegnato dalla stessa Andress insieme alla costumista Tessa Prendergast, era fatto di cotone avorio, con una cintura militare britannica e una fondina per il coltello. L’attrice ha raccontato di averlo progettato su misura per il suo fisico 90-60-60, e di averlo voluto pratico e resistente per le scene d’azione.
L’effetto è dirompente. La critica e il pubblico restano folgorati. La pietra dello scandalo è sdoganata.
I tempi in cui le forze dell’ordine multavano chi lo indossava per oltraggio al pudore sono ormai lontani, quando, nel 2016, diverse città costiere francesi vietano il “burkini” – una via di mezzo tra una muta da sub leggera e una tunica sportiva – indossato da alcune donne musulmane in spiaggia. Questa volta il problema non è la nudità, ma la copertura totale. Se il bikini aveva rappresentato il simbolo del peccato e della sfrontatezza, il burkini è percepito come il simbolo dell’oppressione patriarcale islamica, della sottomissione della donna e di una certa provocazione politica contro i valori laici. La storia sembra essersi capovolta, ma il bersaglio del controllo è rimasto lo stesso: il corpo (esibito o negato) delle donne.
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