L’intellettuale e docente romano presenta L’invenzione del colore: un memoir intimo e un’inchiesta civile che intreccia la storia del cinema, il dramma industriale dei licenziamenti e il crollo dei sogni di emancipazione di una generazione
Nascosto tra i fotogrammi della storia del cinema e le pieghe di una memoria familiare complessa, L’invenzione del colore si presenta come un’opera multiforme, capace di intrecciare il piano personale con quello collettivo. Al centro del racconto di Christian Raimo emerge la figura di un padre, chimico presso la Technicolor di Roma, la cui vita professionale è legata indissolubilmente all’evoluzione del colore nelle pellicole di grandi maestri internazionali
Il protagonista, riflesso letterario di un intellettuale militante e docente liceale, si mette sulle tracce di un genitore scomparso cercando di conciliare la dedizione paterna all’azienda con le contraddizioni di un uomo che, da figlio di operai, si ritrova a gestire licenziamenti. Attraverso un mix di generi che spazia dal memoir all’inchiesta civile sul tracollo industriale, la narrazione affronta il tema del fallimento privato e generazionale. La scrittura si distingue per una sincerità spietata, che non risparmia critiche alla propria postura pubblica e ai propri “eccessi di luce”, trasformando il concetto di bontà da virtù a problema opprimente. Ne emerge il ritratto di un’Italia trasformata dai decenni, dove la fabbrica e la scuola diventano i luoghi di un’emancipazione mancata e dove forse solo nel romanzo sembra possibile trovare un terreno di verità autentica.
Raimo, una prima questione. La figura di suo padre è legata alla Technicolor, al miracolo della fabbricazione del colore per i grandi maestri del cinema. In che modo questa scomposizione chimica e tecnica della luce ha influenzato la struttura e la “tavolozza” cromatica della sua scrittura?
Il processo del Technicolor crea il colore per sovrapposizione, e ho pensato che fosse un buon modo trasferire questo tipo di processo artigianale anche nella struttura narrativa, sovrapponendo ricordi famigliari, pagine di pura invenzione, saggio storico, riflessioni sul presente, un plot comico, eccetera. Era il mio modo di provare a intraprendere di nuovo la sfida del romanzo e di rendere un omaggio a mio padre, alla sua generazione di lavoratori, e alla storia del cinema, soprattutto a quella delle maestranze.
Nel libro c’è un nodo doloroso: un padre, figlio di operai, che si trova poi a gestire i licenziamenti in azienda. Come si convive, a livello narrativo e personale, con questa lacerazione tra l’orgoglio del riscatto sociale e la durezza delle leggi industriali?
Volevo raccontare la dimensione tragica di mio padre e di quella generazione: una classe che ci teneva al lavoro e alla solidarietà, piegata dall’arrivo feroce di un’industria capitalistica che non ha pietà. È una storia che ho visto con i miei occhi. La distruzione della cultura democratica del lavoro è stato un omicidio di massa.
Lei è noto per il suo profilo di intellettuale militante. Nel romanzo, però, si sottopone a una “sincerità spietata”, analizzando anche i propri “eccessi di luce”. Quanto è stato difficile mettere a nudo le proprie contraddizioni e la propria postura pubblica?
È impossibile non avere a che fare con l’io oggi. Occorre capire come utilizzarlo se si decide di scrivere. Io sono un personaggio pubblico e anche un personaggio di un romanzo, quello di mia sorella, Niente di vero. Ho cercato di rendere viva la contraddizione, senza nessuna concessione a una sintesi. Mi piace fare politica e mi piace fare l’artista. Penso siano due dimensioni che vanno tenute distinte per fare bene l’una e l’altra.
Un tema cruciale e quasi paradossale del libro è la riflessiowwne sulla bontà, vista non come una virtù pacificante, ma come un problema opprimente. Ci spiega questo cortocircuito? Quando la bontà rischia di diventare una colpa o un limite?
Volevo scrivere un romanzo cattolico. Il romanzo vive della consapevolezza del messaggio evangelico, prova a denudarsi alla luce di quella parola. E nel Vangelo ovviamente la critica al farisaismo è il centro della pars destruens della sequela di Cristo. Non credo sia un cortocircuito, ma una dichiarazione di impotenza e una preghiera.
Attraverso la parabola della Technicolor e il suo sguardo di docente, il libro fotografa un’Italia profondamente mutata. Che cosa si è perso irrimediabilmente in questo passaggio di decenni e cosa, invece, resiste ancora tra le macerie di quelle disillusioni?
Si è perso tantissimo. Si è persa la coscienza di un mondo in cui le relazioni professionali erano relazioni di senso. Mio padre e mia madre sono nativi della costituzione, nati nel 1942 e nel 1946, hanno creduto a un processo di emancipazione collettiva, e ci hanno creduto in famiglia e al lavoro. Oggi questa fede è minoritaria, aggredita da una politica brutale, che mescola il peggiore individualismo con il peggior familismo.
Ha avvertito la forma-romanzo come l’ultimo spazio di resistenza e di indagine veritiera di fronte ai fallimenti collettivi?
Il romanzo può tutto quello che è possibile agli esseri umani. È una forma di resistenza sì, alla convinzione psicotica che la nostra esperienza non abbia una fine, che è ovviamente il delirio della nostra epoca, e al tempo stesso la figura che la nostra esperienza possa non avere una fine, che è la nostra aspirazione più profonda. In questo senso lo sento come la forma che ancora riesce a tenere insieme persone che non si conoscono, lettori e scrittori, ma che possono conoscersi profondamente da lontano.
Foto di Ufficio Stampa La nave di Teseo
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