Quarant’anni dopo il peggior disastro nucleare di sempre, la zona proibita in Siberia è diventata una riserva naturale e una meta turistica
Ma nel Dna dei figli dei sopravvissuti la nube tossica continua a scrivere la sua storia
Quasi mezzo secolo: un tempo sufficientemente congruo a sbiadire i ricordi. Ma Chernobyl non è un nome come tanti altri, non si scorda facilmente e ancora oggi, a pensarci, fa paura.
Tutto inizia nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986. Al reattore numero 4 della centrale ucraina, orgoglio tecnologico dell’Unione Sovietica, un test di sicurezza mal gestito si trasforma in un’apocalisse. L’esplosione nata da un cocktail di errori di procedura e difetti struttura libera nell’aria una quantità di materiale radioattivo pari a 400 volte la bomba di Hiroshima. Iodio-131, cesio-137 e stronzio-90 iniziano a viaggiare nel vento verso la Bielorussia e la Scandinavia, mentre Mosca sceglie la via del silenzio. Pochi chilometri più in là, a Pripyat, città modello costruita per i lavoratori della centrale, la vita scorre come sempre.
Il 28 aprile i rilevatori svedesi registrano per primi picchi anomali di radioattività, mentre Mikhail Gorbaciov, l’uomo della glasnost, fallisce il primo test di apertura: il 1° maggio a Mosca si svolge la tradizionale parata sulla Piazza Rossa davanti ai cittadini ignari di respirare polvere radioattiva. Lo stesso Gorbaciov non ebbe problemi ad ammettere anni dopo che Chernobyl fu la vera causa del collasso sovietico, culminato con l’ammainabandiera della falce e martello nel 1991.
In Italia, la nube arriva tra il 29 aprile e i primi di maggio. Le piogge fanno precipitare il cesio-137 soprattutto al Nord, tra Emilia-Romagna, Veneto e Friuli. La risposta è: stop al latte fresco per i bambini sotto i dieci mesi, divieto di vendita per gli ortaggi a foglia larga e raccomandazioni contro il consumo di funghi e selvaggina. L’agricoltura italiana subisce un duro colpo, con tonnellate di raccolti distrutti e un clima di sospetto che durò anni. Il 10 maggio 1986, a Roma, 200.000 persone scendono in piazza. Una spinta emotiva determinante per il successo del referendum del 1987, che sigla l’uscita dell’Italia dal programma nucleare.
Secondo i rapporti ufficiali, trentuno persone muoiono immediatamente e 600.000 lavoratori, coinvolti nelle operazioni di spegnimento degli incendi e di bonifica, sono esposti ad alte dosi di radiazioni, come altri 8.400.000 di persone tra Bielorussia, Russia e Ucraina. Le Nazioni Unite denunciano almeno 4000 decessi, nell’immediato e a lungo termine. Ambientalisti ed esperti, tuttavia, parlano di centinaia di migliaia di malati e decine di migliaia di morti. L’impatto ambientale è devastante e il livello di contaminazione supera di 200 volte quello provocato dalle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. L’Italia non sta a guardare e negli anni ’90 apre le braccia a oltre 100.000 “bambini di Chernobyl” per trascorre periodi di vacanze terapeutiche sulla riviera adriatica. Un gesto di solidarietà che permise a molti minori ucraini e bielorussi di ridurre i rischi tiroidei grazie all’esposizione allo iodio, lontano dai terreni dove il cesio continuava a contaminare la catena alimentare.
La notizia che più colpisce in questo anniversario arriva però dall’Università di Bonn: per la prima volta, infatti, i ricercatori hanno stabilito un legame genetico transgenerazionale. Il danno al DNA causato dalle radiazioni si sta manifestando nei figli di chi fu esposto, con mutazioni che non erano presenti nei genitori. Chernobyl non è più un evento del passato, ma un’anomalia biologica ancora tra noi.
Oggi la zona di esclusione, un’area di circa 30 km di raggio intorno alla centrale nucleare, è un’oasi di biodiversità selvatica, accessibile solo con permessi speciali.
Mentre le foreste mostrano ancora i segni della contaminazione, lupi, linci e uccelli mutati abitano tra i palazzi fantasma di Pripyat, oggi invasa dalla vegetazione e meta turistica. Chernobyl stessa, a circa 15 km dal reattore, conta circa 500 residenti, tra lavoratori della zona di esclusione e “samosely” (“auto reinsediati”), che si sono rifiutati di evacuare dopo il disastro o sono tornati illegalmente; perlopiù donne anziane, ma anche indigenti o sfollati dal Donbass. Tutti vivono in modo abusivo sfidando divieti e radiazioni, coltivando orti e animali nonostante i rischi.
Visitare oggi la zona di esclusione è un’esperienza sospesa tra il documentaristico e la memoria, resa possibile da protocolli di sicurezza che rendono l’escursione generalmente sicura.
Per varcare i checkpoint è obbligatorio affidarsi a operatori autorizzati con partenza da Kiev: la prenotazione anticipata è il solo modo per ottenere i permessi necessari, adottando un dress code che prevede abiti lunghi, coprenti e calzature impermeabili. Il pericolo reale risiederebbe in esposizioni prolungate, ma le guide neutralizzano il rischio monitorando costantemente i livelli con i dosimetri ed evitando gli hotspot ancora contaminati. All’interno della zona è vietato sedersi a terra, toccare oggetti, consumare cibo all’aperto o prelevare “souvenir”. Ogni visita si conclude con un controllo radiologico e procedure di decontaminazione per abiti e calzature.
Oggi, l’incidente del reattore di Chernobyl ricorda al mondo che l’ombra del nucleare è più lunga di quanto si immagini e che, anche se invisibile, non scompare mai del tutto, ma scivola lentamente sotto la pelle dei sopravvissuti e dentro la storia.
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