Dal conflitto ucraino alla pressione della Nato: il ritorno della coscrizione obbligatoria divide il continente e le coscienze
Il tema della leva militare è tornato a occupare le prime pagine della politica. Mentre la guerra in Ucraina non accenna a fermarsi e Donald Trump critica il contributo militare alla NATO degli alleati europei, gli eserciti europei restano sottodimensionati. In questo panorama, almeno dieci Paesi europei mantengono o hanno reintrodotto il servizio militare obbligatorio, ciascuno con modelli particolari, durate diverse e destinatari che variano da nazione a nazione. La leva militare, che sembrava definitivamente archiviata dalle democrazie occidentali, sta lentamente facendo ritorno come una questione inevitabile, non desiderata, ma per molti necessaria.
La geografia della coscrizione
Lo scenario, tuttavia, è molto frammentato e riflette le diverse sensibilità strategiche e culturali del continente. In Austria, Croazia, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Lettonia e Lituania, il servizio militare rimane obbligatorio per gli uomini. In Danimarca e Svezia, invece, anche le donne rispondono alla chiamata alle armi. La durata di questi servizi varia però considerevolmente: alcuni Paesi richiedono pochi mesi di addestramento, altri prolungano l’esperienza fino a quindici mesi. Il caso più recente è quello della Croazia, che ha reintrodotto la leva militare dopo aver sospeso il servizio obbligatorio nel 2008. Zagabria non solo ha riavviato le chiamate, ma le ha accompagnate con incentivi economici e previdenziali per i giovani arruolati.
Vuoto negli organici militari
Fra il 2010 e il 2020, gli effettivi militari in Europa sono diminuiti mediamente del 16%. In alcuni Paesi come il Belgio e la Germania, le riduzioni sono state ancora più marcate. Il problema non riguarda semplicemente la questione teorica della sovranità territoriale, ma la possibilità concreta di mantenere, addestrare e rinnovare il personale militare nel corso degli anni, assicurando che l’apparato difensivo rimanga credibile e operativo. Un esercito senza nuove leve è un esercito che invecchia, che perde competenze, che fatica a modernizzarsi. Dal canto suo Berlino ha già messo in campo un sistema di registrazione obbligatoria per i neo-diciottenni. Una sorta di preallerta che segna un distacco netto da un passato recente di disarmo psicologico. In altre nazioni, si sperimenta con modelli ibridi che combinano il volontariato professionale con riserve addestrate e richiami selettivi, cercando un equilibrio fra efficienza operativa e consenso sociale.
Il fattore umano
Qui arriva il nodo più delicato: la disponibilità reale dei cittadini. I sondaggi offrono spunti che dovrebbero far riflettere i decisori politici. La Polonia sta costruendo con orgoglio e ingenti investimenti quello che dovrebbe diventare l’esercito più potente d’Europa. Ebbene, oltre il 70% dei polacchi, stando a una rilevazione del Centro di ricerca sull’opinione pubblica di Varsavia, non ha alcuna intenzione di partecipare ad alcuna forma di formazione militare. In Germania la contraddizione è persino più stridente. A livello teorico, l’idea di reintrodurre la coscrizione gode di una certa simpatia. Specie se il reclutamento volontario non dovesse raggiungere gli obiettivi sperati. Tuttavia, solo il 16% degli intervistati impugnerebbe le armi per difendere il suolo tedesco in caso di attacco. Un ulteriore 22% lo farebbe, “probabilmente”. Gli under ventinove sono i meno disponibili all’impegno armato, nonostante l’ambizioso piano del governo tedesco di raggiungere, entro il 2030, una forza di circa 260mila effettivi in servizio attivo. Cifra che con i riservisti lieviterebbe fino a quota 460mila.
Un dilemma italiano
In questo affresco complesso, dove si colloca l’Italia? La sospensione della leva obbligatoria nel 2005 non ha cancellato del tutto la discussione, che anzi negli ultimi mesi è tornata a infiammarsi con una nuova intensità. La questione, anche per Roma, non è meramente nostalgia. Il nocciolo è capire se l’architettura attuale delle Forze armate sia sostenibile a fronte di minacce così ravvicinate e di richieste di prontezza operativa sempre più stringenti. Anche l’Italia combatte con la cronica carenza di organici e con la difficoltà di rendere la carriera militare competitiva rispetto ad altre strade professionali, in un mercato del lavoro che richiede competenze tecnologiche molto specifiche. L’idea di richiamare semplicemente molti giovani con il vecchio stampo del servizio di massa viene considerata poco più di una soluzione di facciata se non accompagnata da investimenti massicci in infrastrutture, tecnologie, retribuzioni e prospettive di crescita.
Il futuro è un addestramento mirato
La strada che appare più probabile per il Paese non conduce a una nuova naja di massa, quanto piuttosto a un rafforzamento selettivo del modello professionale. Si parla con insistenza di potenziamento delle riserve, di reclutamento più agile e di un coordinamento difensivo europeo maggiormente integrato. L’Italia, almeno per ora, sembra voler giocare la partita del futuro puntando sulla qualità della risposta operativa più che sulla quantità dei coscritti. Questo ritorno al centro del dibattito della leva militare, però, racconta già da solo un cambiamento d’epoca: un’Europa che per decenni ha derubricato la difesa a spesa facilmente comprimibile oggi è costretta a riscoprirsi fragile e a fare i conti con la propria vulnerabilità. E per i cittadini, abituati a vivere la pace come un dato acquisito, la sicurezza torna a essere un bene da difendere, con tutte le scelte e le domande aperte che questo comporta.
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