La prima associazione tra il santo e la festa compare nel poema Il Parlamento degli uccelli, scritto nel 1382 da Geoffrey Chaucer. L’editore Carocci ripropone i versi del padre della letteratura inglese nella traduzione di Piero Boitani
“Sapete bene che il giorno di San Valentino/ per mio statuto e sotto il mio governo/ qui vi adunate per scegliere un compagno,/ come io vi spingo col piacere, e poi volate via”. A parlare è la Natura personificata: “alta nobile dea”, “piena di grazia”, “più bella di tutte le creature”, “vicaria del Signore onnipotente”. Al suo cospetto “sopra un colle di fiori in mezzo a una radura”, sono riuniti uccelli a perdita d’occhio, come una nuvola fittissima che riempie “cielo e terra, albero e lago”. “Ché questo era il giorno a Valentino sacro/ quando ogni uccello a scegliere viene la compagna,/ di ogni specie che si può pensare”. La prima rappresentazione di San Valentino come patrono degli innamorati si trova, con ogni probabilità, in un’opera letteraria. Si tratta del poema The Parliament of Fowls, ossia Il Parlamento degli uccelli, pubblicato nel 1382 da Geoffrey Chaucer, il padre della moderna letteratura inglese. A lungo trascurato e considerato “minore” nel contesto della produzione dello scrittore (universalmente noto per I racconti di Canterbury), il poema è stato recentemente riproposto dall’editore Carocci in una nuova traduzione realizzata da Piero Boitani, professore emerito di Letterature comparate all’Università La Sapienza di Roma, che trasferisce con abilità in italiano la trama linguistica e metrica del testo. Il Parlamento degli uccelli si compone di settecento versi divisi in cento strofe, ognuna formata da sette versi disposti secondo lo schema della cosiddetta “rima reale” (ABABBCC). All’inizio del racconto Chaucer, che ne è insieme autore e protagonista, immagina di leggere Il sogno di Scipione, il piccolo trattato filosofico che conclude il De Republica di Cicerone, per imparare qualche verità sul mondo. Nel testo di Cicerone Scipione Emiliano, il distruttore di Cartagine, sogna il nonno Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale, che gli spiega com’è organizzato il cosmo e che cosa succede dopo la morte. Nel poema di Chaucer, invece, il protagonista si addormenta sul libro e sogna Scipione l’Africano che, come Virgilio fa con Dante, lo conduce in una sorta di aldilà per mezzo di un cancello che interrompe un’alta cinta di mura verdi. Una scritta in cima all’ingresso annuncia che si entra in un “luogo benedetto”, che porta alla “fonte della grazia” ed è sempre è baciato dal clima del “verde maggio amabile”; un’altra, subito vicino, avverte che si va “verso i colpi mortali della lancia cui Disdegno e Danno sono guida”, la “chiusa dolorosa dove il pesce al secco è imprigionato”. Il luogo della delizia e dell’angoscia è unico: un parco con giardini e prati, fonti e fiumi, alberi e fiori, come fosse una specie di Regno dell’Amore. Dentro il poeta trova Cupido intento ad affilare frecce, Priapo e tutte le divinità che incarnano i sentimenti amorosi: la Pace, la Pazienza, l’Arte e la Cortesia, e poi l’Adulazione, la Lussuria, la Gelosia. In fondo al suo tempio Venere giace su un letto d’oro, nuda fino alla cintola e sotto coperta da un velo sottile. Ma l’attenzione di Chaucer è presto rapita dall’assemblea degli uccelli, raccolti intorno alla Natura per compiere un singolare rito di accoppiamento. Comincia “chi più vale”: tre aquile maschio si contendono l’amore di un’aquila femmina, che non riesce a scegliere. Di fronte alle proteste degli uccelli di più basso rango, la Natura concede a un rappresentante di ogni gruppo (gli uccelli d’acqua, i mangia-semi, i mangia-vermi, etc) di esprimere il proprio avviso sulla vicenda. Un falco chiede che fra i pretendenti prevalga il più nobile, un cuculo suggerisce che le aquile incapaci di accoppiarsi debbano tutte restare sole, un’oca che l’amante non riamato debba considerarsi libero dal voto d’amore e scegliersi un’altra compagna. Il parlamento dibatte ma non delibera… A questo punto si pronuncia la Natura, che concede all’aquila femmina di non scegliere. Se nessuna delle aquile maschio le piace abbastanza, sceglierà l’anno successivo. A tutti gli altri uccelli viene invece permesso di accoppiarsi secondo i reciproci desideri e tutti alla fine se ne vanno abbracciandosi “ad ali spiegate” e spingendo “ognuno all’altro il collo per amore”. Un rondò “composto in Francia” viene intonato in onore di San Valentino: “Benvenuta sii ora, estate, col tuo dolce sole/ che le tempeste d’inverno hai via scrollato”. Al suono della musica il poeta si desta e se ne va a leggere un altro libro, in cerca di una più profonda verità. Il libro che ci lascia è una piccola lezione sull’amore: celebra il libero arbitrio, la libera espressione e la scelta secondo coscienza, il diritto alla felicità condivisa per tutti gli esseri viventi, ma soprattutto contiene la prima prova certa del legame tra il culto di San Valentino e la festa degli innamorati. Se la figura storica di Valentino è alquanto nebulosa e il santo come noi lo conosciamo assomma probabilmente tratti e gesta di vari (e omonimi) personaggi realmente esistiti nei primi secoli della cristianità, Chaucer sembra sancire l’origine letteraria della figura del patrono degli innamorati. Forse che San Valentino fu un vescovo di Terni del III secolo? Oppure un prete fatto martire a Roma nel secolo successivo? Di sicuro il suo magistero sull’amore è una di quelle belle favole che i libri ci offrono per “tirare meglio avanti”.
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