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Ungheria 2026: Budapest è pronta a voltare pagina?

Ungheria al voto il 12 aprile, Orbán perde consensi. La sfida di Péter Magyar, ex alleato, tra fondi Ue bloccati e assi sovranisti.

Ungheria 2026: Budapest è pronta a voltare pagina?
Cosimo Caridi|01 marzo 2026|07:00

Dopo quindici anni di dominio incontrastato, Viktor Orbán affronta la sfida elettorale più difficile. Tra l’ombra dei fondi europei congelati e l’ascesa dell’ex alleato Péter Magyar, il voto di aprile deciderà non solo il futuro del Paese, ma la tenuta dell’asse sovranista in Europa e i futuri rapporti di forza con Bruxelles e Washington

Viktor Orbán rischia, per la prima volta dopo oltre quindici anni, di perdere il controllo dell’Ungheria. Il 12 aprile 2026 il Paese voterà per rinnovare il Parlamento. Per la prima volta dal 2010 i sondaggi non danno la maggioranza a Fidesz, il partito personale del primo ministro. Orbán resta il leader più longevo dell’Ue, ma oggi affronta una sfida interna credibile. Le elezioni non sono solo nazionali: incidono sugli equilibri europei, sui rapporti con Bruxelles, sul sostegno all’Ucraina e sulla tenuta del progetto comunitario.

Orbán governa con una maggioranza costruita su un sistema elettorale riscritto, il controllo dei media e una rete economica fedele al partito. Per anni non ha avuto avversari reali. Ora la situazione è diversa. A sfidarlo è un suo ex alleato: Péter Magyar, nato nel 1981 a Budapest, avvocato d’affari, ha guidato enti statali e il Centro nazionale per i prestiti agli studenti ed è stato sposato con Judit Varga, ministra della Giustizia fino al 2024. La rottura con Orbán arriva all’inizio del 2024, dopo lo scandalo delle grazie presidenziali a persone coinvolte in reati legati a minori. Magyar diffonde registrazioni audio in cui alti funzionari parlano di pressioni per insabbiare i casi e accusa il sistema di essere diventato “un regime feudale in cui poche famiglie possiedono metà del Paese”. Da quella frattura nasce il partito Tisza, fondato nel marzo 2024. Alle elezioni europee ottiene circa il 30% dei voti, ridisegnando l’opposizione e dimostrando l’esistenza di un’alternativa a Orbán. La sua strategia si concentra sulle città e sui giovani, puntando a costruire un consenso nuovo senza rompere con l’elettorato conservatore.

Magyar si presenta come moderato filo-europeo, critico verso Bruxelles, ma deciso a normalizzare i rapporti con l’Unione. Promette di sbloccare i fondi europei congelati e ridurre la corruzione, senza rinnegare le politiche di sicurezza sui confini. Sull’immigrazione afferma: «Niente quote obbligatorie, ma stop agli ingressi illegali e agli abusi del sistema attuale». Sull’Ucraina mantiene prudenza: «Niente armi o truppe ungheresi. Prima di tutto la pace».

Il primo ministro risponde attaccando la credibilità dell’avversario e dipingendolo come strumento di interessi stranieri, una strategia che usa da un decennio. Nel 2014 Fidesz costruì la campagna contro George Soros, banchiere ebreo-ungherese, descrivendolo come regista di un piano per indebolire la sovranità nazionale attraverso l’immigrazione. Lo slogan “Non lasciamo che Soros rida per ultimo” divenne onnipresente. Il politologo Franco Delle Donne definisce quell’operazione “la creazione di un nemico perfetto, utile a saldare consenso e paura”. Il modello è stato ripreso da molte destre europee e statunitensi.

Orbán ha fatto della lotta al liberalismo il cuore della propria identità politica. Rivendica la costruzione di uno “Stato illiberale”, fondato su valori nazionali e cristiani, con elezioni regolari ma con un’autorità forte che limita i contrappesi. Da allora il governo ha riformato la Costituzione, ridotto i poteri giudiziari, modificato i collegi elettorali e concentrato i media in mani vicine al partito. Oggi circa il 90% dell’informazione è controllato da imprenditori legati a Fidesz. L’Unione europea parla di “autocrazia elettorale”, con procedure attive ai sensi dell’articolo 7 e parte consistente dei fondi europei congelati.

Sul piano economico Orbán rivendica risultati: disoccupazione in calo, investimenti industriali e politiche familiari generose. I dati mostrano però fragilità: inflazione record nel 2023, potere d’acquisto delle pensioni basso, emigrazione giovanile, fiorino indebolito e dipendenza da fondi europei e multinazionali. Nel periodo 2021-2027 all’Ungheria spettano decine di miliardi di euro tra coesione e Recovery, ma molti restano bloccati. Orbán parla di “ricatto politico”; Magyar promette una soluzione rapida: «Basta guerra permanente con l’Unione. Senza quei fondi l’economia non riparte».

La politica estera è decisiva. Orbán ha mantenuto rapporti stretti con la Russia e rallentato decisioni europee sugli aiuti a Kiev. Sull’immigrazione ha costruito muri fisici e simbolici, diventando riferimento per le destre europee. Il legame con Donald Trump ne consolida il modello. Il sistema elettorale favorisce Fidesz nelle aree rurali; Tisza è forte nei centri urbani. L’esito determinerà il futuro dei rapporti con Bruxelles e la possibilità di riforme interne. Una vittoria di Orbán significherebbe continuare lo scontro e un possibile isolamento europeo; una vittoria di Magyar aprirebbe una fase di transizione complessa, con promesse di normalizzazione e riforme difficili da attuare in un sistema ancora dominato dagli uomini di Fidesz. In ogni caso, l’Ungheria resta un laboratorio politico osservato da tutta Europa, con lezioni sulle dinamiche tra autoritarismo, opposizione e consenso conservatore.

 

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