Hanno vinto gli universitari e lo hanno fatto senza un candidato premier. La lista “Gli studenti vincono”, alle elezioni parlamentari serbe di domenica scorsa, è diventata il primo partito con il 52% dei voti. Ottenendo la maggioranza assoluta: 138 seggi su 250. Incredibile anche la storia di chi ha perso: Aleksandar Vučić, ex presidente della Repubblica dimessosi otto mesi prima della scadenza del mandato. Per correre da premier come “un uomo comune”. Pensava di vincere, e di chiudere con il voto la lunga stagione delle manifestazioni di piazza. Le proteste vanno avanti da due anni. Serbia Unita, la sua coalizione, si è fermata al 39%. Primo dato importante è l’alta affluenza: il 73,6%, come in Serbia non succedeva da più di 30 anni.
Nella serata elettorale, con lo spoglio ancora lontano dalla fine, Vučić è uscito a dire che aveva perso. Un passo inusuale per l’uomo che domina la politica serba dal 2012. Era vicepremier, è diventato capo del governo e poi, nel 2017, presidente. Attorno al suo Partito progressista ha creato e alimentato un sistema in cui le televisioni nazionali raccontano quello che serve al governo, le aziende pubbliche sono piene di uomini del partito e i contrappesi sono stati lentamente cancellati.
Vučić è sempre stato un leader capace di giocare più partite allo stesso tempo. Nazionalista intransigente nei comizi, europeista con i commissari di Bruxelles, buon alleato del Cremlino. Le dimissioni sono state una mossa studiata per rispondere alle proteste di piazza, cominciate a Novi Sad nel novembre 2024. Un crollo alla stazione, la pensilina ristrutturata da poco. Si contarono 16 morti. Immediate le accuse alla gestione degli appalti. Gli universitari trasformano il crollo nel simbolo della corruzione che Vučić ha portato a tutti i livelli dello Stato. Dalle prime manifestazioni la protesta si è allargata: facoltà occupate per mesi, strade e ponti bloccati, cortei in mezzo paese. Poi è arrivata la formazione politica, necessaria a superare i partiti esistenti, accusati di essere collusi con il sistema messo in piedi in quasi 15 anni di potere di Vučić.
La Serbia ha quasi 7 milioni di abitanti, si trova al centro dei Balcani. Dal 2012 è candidata a entrare nell’Unione europea. Con Bruxelles i rapporti sono stretti, strettissimi. L’Ue è il primo partner commerciale di Belgrado. Eppure il gas che alimenta case e fabbriche arriva dalla Russia. Belgrado non ha mai applicato le sanzioni contro il Cremlino decise dall’Ue dopo l’invasione dell’Ucraina. Nis, la compagnia petrolifera nazionale, è di Gazprom dal 2008 e solo ora, con le sanzioni statunitensi che pesano dal 2025, i russi hanno firmato la cessione agli ungheresi di Mol. Sul piano politico c’è poi la questione del Kosovo: Belgrado lo considera ancora una sua provincia e non ne ha mai riconosciuto l’indipendenza, proclamata nel 2008. Il Cremlino, su questa faglia, è sempre stato dalla parte di Belgrado, fino a bloccare l’ingresso del Kosovo all’Onu. Vučić su questo appoggio ci ha costruito parecchio del suo consenso.
A Bruxelles però la questione dell’allargamento non è mai stata sepolta, anzi è tornata in cima all’agenda. Montenegro e Albania sono avanti, la Serbia è ferma da anni proprio sui capitoli negoziali in cui si parla di Stato di diritto e corruzione. Delle intenzioni della Lista degli studenti sull’Europa si sa poco. In campagna elettorale ne hanno parlato il meno possibile. Però vengono da una piazza che chiede giustizia per Novi Sad e invoca appalti puliti. La stessa cosa che l’Unione chiede a Belgrado da più di dieci anni.