Concluso lo scrutinio con Flavio Bolsonaro al 47,14% e il presidente uscente Luiz Inacio Lula da Silva con il 45,03%, il Brasile si avvia al ballottaggio del prossimo 25 ottobre per decidere chi sarà il nuovo presidente.
Alle elezioni del 4 ottobre hanno votato 124,5 milioni di cittadini su 158,7 milioni di aventi diritto, con un’affluenza pari al 79%, e circa due milioni di preferenze di scarto fra i candidati che si sfideranno anche al secondo turno, con un distacco enorme dagli altri tre che si sono fermati al di sotto del 3%: lo psichiatra Augusto Cury, con il 2,89%, l’imprenditore Renan Santos con il 2,24% e l’ex ministro Ronaldo Caiado con il 2,18%.
La storia politica di Lula, fra ascese e cadute
“Mi sarebbe piaciuto vincere al primo turno – ha dichiarato oggi Lula alla fine dello spoglio – ma non è la prima volta che ci penso. Alla gente piace che gareggi al secondo turno e sono molto bravo nell’eliminazione diretta. È il momento di mostrare il vero volto del Brasile di oggi e ciò che vogliamo.”
Classe 1945, sin da giovanissimo Luiz Inacio Lula da Silva comincia a lavorare in fabbrica dove mostra particolare interesse per le attività sindacali. Nel 1978 viene eletto presidente delle associazioni dei lavoratori dell’acciaio di São Bernardo do Campo e Diadema, e due anni dopo fonda il Partido dos Trabalhadores (PT), di orientamento progressista. Nel 1983 contribuisce alla nascita del sindacato Central única dos Trabalhadores (CUT), e nel 1986, un anno dopo la fine della dittatura, entra in Congresso e partecipa alla stesura della nuova Costituzione, impegnandosi per garantire più diritti ai lavoratori. Per tre volte, nel 1989, 1994 e 1998, si candida alla presidenza senza successo, perché le sue idee vengono ritenute troppo radicali da parte dell’elettorato moderato. Al quarto tentativo, nel 2002, vince contro José Serra, esponente del Partido da Social Democracia Brasileira (PSBD) e diventa il primo presidente di sinistra del Brasile, riconfermato nuovamente anche alle consultazioni del 2006.
Quattro anni dopo, Lula fa un passo indietro a favore di un’altra esponente di spicco del Partito dei Lavoratori, Dilma Rousseff: sono anni in cui il PT al governo promuove una serie di riforme sociali e un programma di risanamento finanziario, con incentivi fiscali per le imprese che investono nella tecnologia. Lo scandalo Petrobras del 2016, considerato il più grande caso di corruzione e riciclaggio nella storia dell’America Latina, con al centro il colosso statale del petrolio, costerà l’impeachment a Rousseff, e l’arresto a Lula, che sconterà 580 giorni di carcere, fino all’annullamento della condanna nel 2021 da parte della Corte Suprema. Nel 2022 l’ex presidente tornerà a correre per il terzo mandato contro l’uscente Jair Messias Bolsonaro, battuto al secondo turno con il 50,9% dei consensi.
Bolsonaro, di padre in figlio
“La parola d’ordine è cambiamento – ha dichiarato lo sfidante in testa Flavio Bolsonaro – il Brasile non ce la fa più e sono molto soddisfatto, la fine dell’era del PT è stata decretata, lasciando dietro di sé un’eredità di numeri record di donne assassinate, brasiliani indebitati e aziende chiuse.”
Nato nel 1981 e figlio dell’ex presidente Jair Messias, Flávio Nantes Bolsonaro è considerato l’erede del movimento conservatore brasiliano. Laureato in giurisprudenza, a 21 anni viene eletto deputato all’Assemblea legislativa dello Stato di Rio de Janeiro, e manterrà questo seggio dal 2002 al 2018, quando si candiderà con successo al Senato Federale, promuovendo una politica securitaria.
Al centro di indagini giudiziarie per irregolarità finanziarie fra i suoi collaboratori, come nel noto caso del 2021 dell’ex autista Fabrício Queiroz, non sarà mai condannato perché la Corte Superiore di Giustizia annullerà le prove e le sentenze preliminari a causa di vizi di procedura, invalidando l’inchiesta a suo carico.
Dopo la sentenza a 27 anni e 3 mesi per il padre, per tentato colpo di Stato, Bolsonaro junior è diventato il nuovo volto del bolsonarismo, e ha tentato di non disperdere il consenso dell’elettorato conservatore e della minoranza evangelica del paese, anche se con toni più moderati.
La situazione economica del Brasile
Il Brasile, quinto paese del pianeta per estensione, è quello che più di tutti, nell’America Latina, ha registrato una crescita economica (+8,9% negli ultimi quattro anni). La disoccupazione è passata dal 9,3% del 2022 al 5,4% del 2026, e sono state promosse politiche per l’aumento del salario minimo e la riduzione dei divari di genere in fatto di stipendi. Le famiglie in condizioni di povertà estrema sono inserite in un programma di trasferimento condizionato di denaro contante, il Bolsa Família, che prevede un sussidio periodico a condizione che vengano rispettati alcuni parametri come la vaccinazione obbligatoria dei figli e la frequenza scolastica. I beneficiari sono circa 54 milioni di persone, un terzo dell’intera popolazione, che percepisce un corrispettivo di circa 150 dollari al mese. Se è vero che grazie a queste misure il Brasile è uscito dalla mamma dell’insicurezza alimentare della Fao, il mondo dell’imprenditoria lamenta l’aumento del debito pubblico, superiore all’80% del Pil, dovuto proprio al peso della spesa sociale. Un’altra voce che impatta particolarmente sulle casse dello Stato è quella delle pensioni, e ha reso necessarie alcune riforme diventate impopolari, come l’innalzamento dell’età pensionabile e dei requisiti contributivi.
Il patrimonio ambientale minacciato
Secondo i dati di Global Forest Watch, il Brasile è coperto da foreste per oltre 400 milioni di ettari, circa la metà del territorio nazionale. Si tratta di un patrimonio inestimabile non solo per il paese, ma per l’intero pianeta, messo a rischio dalla deforestazione e dalle pratiche di estrazione mineraria illegale, ma anche dalle politiche agricole e di allevamento estensivo.
Come ha documentato l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais, negli ultimi sette anni sono stati persi quasi 11 milioni di ettari, concentrati soprattutto in Amazzonia e Cerrado, noto come “la savana del Brasile”, anche se durante il suo ultimo mandato, il presidente uscente Lula ha segnato una forte discontinuità con le politiche del predecessore Bolsonaro senior in campo ambientale. Ha ripotenziato i piani di prevenzione e controllo contro il disboscamento abusivo, ponendosi come obiettivo la deforestazione zero entro il 2030, e ha introdotto azioni di sgombero contro l’estrazione mineraria artigianale dell’oro o garimpo, che contribuisce massivamente all’inquinamento delle acque attraverso l’introduzione di mercurio.
Le popolazioni ancestrali
Le popolazioni indigene del Brasile sono 1,65 milioni di persone, e fanno parte di 300 differenti comunità con oltre 270 lingue parlate. La maggior parte di loro vive all’interno di riserve ufficiali concentrati nel Nord del paese, e la Costituzione del 1988 ha riconosciuto loro, dopo anni di battaglie, il diritto originario sulle terre che hanno sempre abitato, note come Terras Indigenas, che coprono il 13-14% del territorio nazionale. Nonostante le tutele sulla carta, si tratta di comunità vulnerabili a causa delle pressioni economico-ambientali locali e delle cotingenze internazionali: dagli allevatori estensivi ai minatori d’oro che si spingono nei loro habitat, fino ai rischi dell’esplorazione petrolifera portata avanti da Petrobras in prossimità della foce del Rio delle Amazzoni. E che potrebbe ulteriormente essere incentivata a causa delle pressioni geopolitiche in atto.