Donald Trump deve decidere se entrare in guerra contro gli Houthi, i ribelli yemeniti alleati dell’Iran. Dopo l’attacco del 10 ottobre all’aeroporto di Riad, il più sanguinoso sul suolo saudita da oltre 10 anni, il presidente statunitense ha detto che valuterà se unirsi ai raid sauditi in Yemen. Il 3 novembre negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato. Se interviene apre un nuovo fronte in una guerra con l’Iran già impopolare, con la benzina che costa un terzo in più rispetto a febbraio e il suo gradimento sceso ad agosto al 33percento, il minimo storico nei sondaggi. Restare a guardare significa invece apparire debole e lasciare sola l’Arabia Saudita, uno dei principali clienti dell’industria bellica americana. Il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, gli chiede da settimane di intervenire. A settembre, secondo il New York Times, Trump aveva ordinato al Pentagono di preparare i bombardamenti, poi ci ha ripensato mentre le bombe venivano caricate sugli aerei.
Dall’inizio della guerra con l’Iran, ha calcolato il Pentagono, gli Stati Uniti hanno consumato quasi l’80percento dei missili intercettori Thaad e circa la metà dei Patriot, i sistemi d’arma che abbattono missili e droni. I nuovi Patriot arrivano al ritmo di 20 al mese e per ricostituire le scorte di Thaad, secondo il centro studi americano Csis, serviranno almeno tre anni. Anche Riad è a corto di intercettori e a settembre ha chiesto aiuto a Francia, Regno Unito, Pakistan ed Egitto. Il comando militare americano per il Medio Oriente si è opposto a un intervento diretto e teme ritorsioni contro le navi statunitensi nello stretto di Bab el-Mandeb. Trump sostiene che gli Houthi si siano impegnati a non attaccare gli Stati Uniti e la Reuters ha rivelato che a settembre funzionari americani hanno incontrato i loro rappresentanti in Oman. Per Teheran il movimento ribelle è lo strumento per allargare il fronte senza esporsi. A settembre ha conquistato gran parte della costa yemenita sul Mar Rosso, fino a ridosso del Bab el-Mandeb. Colpisce aeroporti, raffinerie e petroliere saudite, ma finora ha risparmiato le navi degli Stati Uniti.
Nel maggio dello scorso anno, durante la visita di Trump a Riad, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno firmato accordi per forniture militari da più di 120 miliardi di euro, i più grandi della storia per la Casa Bianca. Da allora i sauditi hanno continuato a comprare. A settembre il Dipartimento di Stato ha dato il via libera alla vendita di 48 caccia F-35, per una ventina di miliardi di euro, e di bombe e kit di guida per altri 4. Le esitazioni della Casa Bianca rischiano di erodere la fiducia dei sauditi nelle garanzie di sicurezza americane. Il regno intanto cerca anche altri protettori: ad agosto ha firmato un patto di difesa con Pakistan (potenza nucleare) e Turchia, che a inizio ottobre si sono impegnati a inviare truppe in Arabia Saudita.