Il caso di Christa Gail Pike, condannata a morte nel Tennessee per un omicidio commesso nel 1995 e sopravvissuta a due iniezioni letali, ha riaperto il dibattito sulla pena capitale negli Stati Uniti.
La donna, oggi cinquantenne ma appena diciottenne all’epoca dei fatti, sarebbe stata la prima in 206 anni ad essere giustiziata nel suo Stato, ma il tentativo di portare a termine la condanna è fallito mercoledì sera, nel carcere di massima sicurezza di Nashville, dopo due somministrazioni di pentobarbital. Pike, che ora si trova in ospedale, era stata condannata a morte per l’omicidio di Colleen Slemmer, sua compagna all’istituto Job Corps, torturata e uccisa insieme al fidanzato dell’epoca Tadaryl Shipp, diciassettenne, con l’aiuto di un’altra ragazza che, testimoniando contro i due, ottenne uno sconto di pena.
La storia di Christa Gail Pike
Sin dall’infanzia, Christa Gail Pike vive una situazione di forte degrado a causa dell’alcolismo della madre, e subisce abusi reiterati dal patrigno. A 11 anni viene aggredita e violentata da un vicino di casa, e tutti questi traumi le causano gravi disturbi psichiatrici. Un anno dopo cerca di togliersi la vita, e a 17 anni subisce nuovamente violenza per strada, da parte di uno sconosciuto. Appena maggiorenne, il 12 gennaio 1995, uccide con altri due giovani Colleen Slemmer, con la quale frequentava un programma di formazione e avviamento professionale per giovani in difficoltà. Ma solo lei verrà condannata a morte il 30 marzo 1996.
Secondo quanto riportato dal Cornell Center per la pena di morte nel mondo, la psicologa clinica che ha avuto in cura Pike durante la detenzione ha riscontrato in lei un disturbo da stress post traumatico e un disturbo bipolare mai diagnosticati prima né curati, dovuti alle violenze subite da bambina, mai presentati al processo come attenuante.
Da allora Pike ha trascorso 30 anni di detenzione, la maggior parte dei quali in isolamento, unica donna nel braccio della morte in Tennessee. Senza mai negare le sue responsabilità nell’uccisione della Slemmer, aveva chiesto con una petizione di clemenza che la pena definitiva fosse commutata in ergastolo, e la Sesta Corte d’Appello degli Stati Uniti aveva emesso una sospensione dell’esecuzione, fissata per le 10 locali di ieri, per consentire un ulteriore esame del ricorso.
L’intervento di revoca della Corte Suprema dopo poche ore, ha permesso di dare il via all’esecuzione, prima che il mandato scadesse alla mezzanotte del 30 settembre. Qualcosa nel protocollo però non ha funzionato. Gli avvocati di Pike hanno contestato l’uso del pentobarbital per via endovenosa, date le condizioni di salute della donna, affetta da una condizione di trombocitosi che renderebbe le iniezioni particolarmente dolorose. Inoltre, hanno ipotizzato che il farmaco fosse degradato, data l’inefficacia, e che l’intera procedura abbia causato ulteriore agonia alla condannata, oltretutto in una condizione di assenza di assistenza medica tempestiva.
Un caso senza precedenti
Il Tennessee Department of Correction ha emesso una nota ufficiale dichiarando che durante la procedura sono stati rispettati tutti i passaggi previsti dal protocollo, mentre il governatore dello Stato ha disposto una revisione dell’accaduto e ha fermato un’altra esecuzione prevista prima della fine dell’anno.
Il caso Pike è stato definito senza precedenti dal Death Penalty Information Center: anche se già in passato è capitato che altri condannati a morte fossero sopravvissuti a un’esecuzione, non è mai successo che sia accaduto dopo aver ricevuto tutti i farmaci previsti.
La pena di morte negli Stati Uniti
Attualmente la pena di morte negli Usa è ancora formalmente in vigore in 27 stati su 50, ma in California, Oregon e Pennsylvania i governatori hanno imposto una moratoria che di fatto ha bloccato le esecuzioni. Nel corso del 2025 sono state portate a termine complessivamente 47 condanne, la maggior parte in Florida e Texas. Nei primi mesi di quest’ anno le esecuzioni sono state 29. Il metodo di esecuzione più impiegato è stato l’iniezione letale, ma una difficoltà crescente nel reperire i farmaci ha portato diversi Stati a rivalutare metodi alternativi, fortemente contestati dalle organizzazioni per i diritti umani, come il plotone d’esecuzione e l’ipossia da azoto.
L’ultimo caso di utilizzo del plotone risaliva al 2010 nello Utah, ma il South Carolina ha deciso di riammetterlo su scelta del singolo condannato, come nei casi di Brad Simon e Stephen Bryant; l’Idaho ha approvato una legge che lo rende la seconda opzione in caso di indisponibilità farmacologica.
La procedura tramite azoto è stata impiegata per la prima volta al mondo nel 2024 in Alabama, sul condannato Kenneth Eugene Smith, fortemente criticata dalle Nazioni Unite. Anche la Louisiana ha inserito questa modalità nei protocolli, e l’ha impiegata nel caso di Jessie Hoffman Jr. nel 2025, che tra l’altro ha segnato la ripresa delle esecuzioni capitali nello Stato dopo 15 anni di sospensione.
Il dibattito sullo stallo nel braccio della morte
Negli Usa il tempo medio trascorso da un condannato nel braccio della morte prima di essere giustiziato è di circa 20 anni, un tempo segnato da battaglie legali, ricorsi, richieste di commutazione di pena. Una condizione di attesa prolungata che le organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e ACLU, l’Unione Americana per le libertà civili, hanno definito come una forma di tortura psicologica crudele, inumana e degradante che va ben oltre la sentenza. La maggior parte dei detenuti condannati alla pena capitale sono sottoposti a regimi di isolamento, e sviluppano un deterioramento mentale definito “Death row syndrome”, caratterizzato da depressione profonda, deliri e gravi patologie psichiatriche che spesso portano a tentativi di suicidio. Attualmente, le persone nel braccio della morte negli Usa sono 1.683.
Nonostante il dibattito acceso in materia, la Corte Suprema federale non ha mai dichiarato incostituzionale il tempo di attesa nel braccio della morte, anche quando, data la tempistica, diventa di fatto una pena aggiuntiva. A livello internazionale, la Corte Europea dei diritti dell’uomo e il Comitato per i diritti umani dell’Onu considerano inaccettabile il fenomeno, tanto da essersi rifiutati di eseguire delle estradizioni negli Usa in caso di rischio di pena di morte per il reo.
La pena capitale nel resto del mondo
Ad oggi 145 paesi nel mondo hanno abolito la pena di morte, per legge o nella pratica, non eseguendo condanne da almeno dieci anni.
Nel 2025 sono state registrate 2.707 esecuzioni in 17 paesi, con un aumento del 78% rispetto al 2024, quando erano state 1.518. Solo Iran e Arabia Saudita rappresentano insieme il 93% del totale delle esecuzioni censite. A queste vanno poi aggiunte quelle della Cina, primo paese per esecuzioni, che non diffonde i dati ufficiali protetti dal segreto di Stato.
In Africa, i principali paesi nei quali si continuano a registrare esecuzioni capitali sono l’Egitto, la Somalia e il Sud Sudan, mentre l’Algeria ha recentemente avviato l’iter per il superamento della moratoria attiva dal 1993 e potrebbe presto riaprire alle condanne a morte, avendone esteso la possibilità anche ad altri reati come gli abusi sui minori.