In tempi in cui si torna a parlare di Covid, la supposta recrudescenza di una malattia che si pensava ormai confinata – la peste polmonare – fa davvero paura. Tutto ha inizio nella notte tra l’uno e il due ottobre scorso, quando una donna di 28 anni muore in un ospedale di Irkutsk, in Siberia, dopo dieci giorni di agonia e con una diagnosi di sospetta polmonite pestilenziale.
La giovane, interessata allo studio di patogeni pericolosi, il 25 settembre scorso – secondo le testimonianze dei colleghi – , avrebbe accidentalmente rotto una provetta contenente il batterio della Yersinia pestis. Per questo, ritengono gli esperti, potrebbe aver conmtratto il morbo.
La sua scomparsa ha fatto il giro del mondo in poche ore ma, ad oggi, nessuna autorità russa ha confermato un caso di peste polmonare nella regione di Irkutsk, anche se 200 persone sono finite sotto osservazione. La diagnosi ufficiale parla di “polmonite di eziologia sconosciuta”, mentre circa 200 persone sono state poste sotto osservazione o ricoverate in via precauzionale.
Intanto le autorità sanitarie statunitense ed europee monitorano la situazione nella sua evoluzione. Secondo Fabrizio Pregliasco – direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell’Università di Milano – il caso del presunto contagio di peste polmonare “merita attenzione, ma anche molta prudenza”.
Cosa è successo davvero a Shelekhov
La vicenda della presunta peste polmonare in Russia inizia a Shelekhov, una cittadina a pochi chilometri da Irkutsk, nella Siberia meridionale, dove ha sede l’Irkutsk Anti-Plague Research Institute of Siberia and the Far East, un istituto fondato nel 1934 e specializzato nello studio e nel controllo delle malattie infettive, peste compresa.
La donna, Daria Shipilova, era una tecnica di laboratorio di 28 anni. Secondo le ricostruzioni riprese da numerose testate internazionali, è stata ricoverata il 29 settembre con una grave forma di polmonite. Le sue condizioni sono peggiorate rapidamente: trasferita in terapia intensiva e collegata a un ventilatore polmonare, è deceduta pochi giorno dopo.
La posizione dei Russi
L’ente federale russo per la tutela dei consumatori e la salute pubblica, Rospotrebnadzor, ha definito la malattia una “polmonite di eziologia sconosciuta”. L’agenzia ha inoltre comunicato che le analisi estese sui campioni della paziente non avevano rilevato microrganismi riconducibili all’attività professionale svolta nell’istituto siberiano. La stessa autorità ha riferito che non erano stati segnalati incidenti con microrganismi patogeni nel laboratorio e che la situazione sanitaria ed epidemiologica nella regione di Irkutsk, a Irkutsk e a Shelekhov era stabile.
La risposta delle autorità è stata comunque prudenziale. Secondo i dati ripresi dai media, sono state individuate 197 persone entrate in contatto con la donna. Di queste, 189 sarebbero state ricoverate o poste sotto controllo sanitario: 114 in una struttura, 63 in un’altra e 12 presso l’istituto dove lavorava la Shipilova. Il governatore della regione, Igor Kobzev, avrebbe riferito che i contatti identificati non presentavano, al momento, sintomi della peste polmonare e che i test disponibili erano negativi.
Questi numeri non devono essere presentati come il numero dei malati. Si tratta di persone sottoposte a sorveglianza o ricoverate per ragioni di prevenzione e accertamento. Le fonti consultate non confermano casi secondari di peste, né una trasmissione da persona a persona.
La provetta rotta e il giallo della diagnosi
L’elemento che ha alimentato l’allarme è la presunta rottura accidentale, all’interno dell’istituto, di una provetta contenente il batterio della peste. Questa versione è stata rilanciata da diversi media, soprattutto locali e internazionali, e ha collegato l’esposizione professionale alla successiva polmonite della ricercatrice.
Tuttavia, la ricostruzione va trattata con cautela. Le autorità russe, secondo i resoconti disponibili, hanno negato che nell’istituto si sia verificato un incidente con agenti patogeni e hanno escluso, sulla base dei test comunicati, la presenza nella paziente di microrganismi collegati al lavoro svolto.
Anche la diagnosi di peste polmonare non è stata confermata. Alcune testate hanno parlato di “caso sospetto” o di “possibile peste”, ma la definizione ufficiale resta quella di una polmonite di causa non determinata. Il punto centrale del caso è dunque la distanza tra l’ipotesi circolata nei media e ciò che le autorità hanno effettivamente dichiarato.
Il capo della confinante repubblica di Buriazia, Alexei Tsydenov, ha alimentato il giallo: ha detto che la giovane è morta “probabilmente a causa della peste”, salvo poi precisare che sul suo territorio non c’è alcun focolaio. Una mezza ammissione che ha contribuito a diffondere il panico, senza però aggiungere nulla di verificabile.
Cos’è la peste polmonare e quanto è pericolosa
La peste è una malattia infettiva causata dal batterio Yersinia pestis. Il microrganismo circola soprattutto tra piccoli mammiferi e pulci. L’uomo può infettarsi attraverso la puntura di una pulce infetta, il contatto diretto con tessuti o fluidi contaminati oppure, nella forma polmonare, attraverso l’inalazione di particelle respiratorie infettive.
Le principali forme cliniche sono tre: la peste bubbonica, caratterizzata dall’infiammazione dolorosa dei linfonodi, i cosiddetti bubboni; la peste setticemica, nella quale il batterio invade il sangue; e la forma polmonare, che interessa i polmoni ed è la più grave e più facilmente trasmissibile tra esseri umani.
L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la peste polmonare la forma meno comune ma più virulenta. Può svilupparsi come complicazione di una peste bubbonica o setticemica non trattata, oppure comparire direttamente dopo l’inalazione di particelle contenenti il batterio. La trasmissione da persona a persona avviene attraverso goccioline respiratorie emesse da un malato, in particolare durante la tosse, e richiede generalmente un contatto stretto.
Il quadro clinico della malattia
La sintomatologia della peste polmonare include febbre improvvisa, brividi, debolezza, mal di testa, difficoltà respiratoria, tosse e, nelle fasi più avanzate, espettorato purulento o sanguinolento. Il periodo di incubazione può essere breve: l’OMS indica in genere un intervallo da uno a sette giorni, mentre la forma polmonare primaria può manifestarsi già entro 24 ore dall’inalazione.
La malattia è pericolosa soprattutto quando il trattamento viene ritardato. L’OMS segnala che, senza cure, le forme setticemica e polmonare possono raggiungere una letalità del 30-100%. La stessa organizzazione sottolinea però che oggi la peste può essere trattata con antibiotici, se riconosciuta e affrontata tempestivamente.
Una grave polmonite in una persona che lavora in un istituto di ricerca sulle malattie pericolose, tuttavia, non equivale automaticamente a una diagnosi di peste polmonare. La conferma richiede test di laboratorio capaci di identificare Yersinia pestis in campioni clinici, come sangue o materiale proveniente da un bubbone, quando presente.
Perché il caso ha suscitato preoccupazione
L’allarme nasce dall’incrocio di tre elementi: la morte di una giovane lavoratrice, la sua occupazione in un istituto che studia malattie pericolose e l’attivazione di misure sanitarie straordinarie con il coinvolgimento di quasi 200 contatti.
Il contesto lavorativo ha reso plausibile, agli occhi dell’opinione pubblica, l’ipotesi di un incidente di laboratorio. Ma la plausibilità non è una prova. In un istituto che conserva o studia agenti patogeni, una grave malattia respiratoria richiede inevitabilmente accertamenti, tracciamento dei contatti e misure di contenimento anche prima che l’agente responsabile sia identificato. È precisamente questa la funzione della sorveglianza precauzionale.
Anche l’isolamento di persone esposte non dimostra che si sia verificata una trasmissione. Nel caso della peste polmonare, il contatto stretto con un paziente sintomatico può giustificare la sorveglianza e, in determinate circostanze, la profilassi antibiotica.
Secondo le linee guida dell’agenzia federale statunitense per la salute pubblica (CDC), Yersinia pestis si trasmette attraverso goccioline respiratorie relativamente grandi, che non restano sospese nell’aria a lungo; il contagio richiede in genere una vicinanza ravvicinata, indicata nelle linee guida come inferiore a circa due metri.
Non è stata documentata una trasmissione asintomatica. La vcenda di Irkutsk, in definitiva, dice forse più delle nostre paure che della reale minaccia epidemiologica. In un’epoca segnata da pandemie e da una diffusa sfiducia nelle versioni ufficiali, qualsiasi notizia che evochi la parola “peste” attiva un immaginario collettivo irrefrenabile. La trasparenza delle fonti e la verifica dei fatti restano l’unico antidoto.
Cosa aspettarsi nei prossimi giorni
Al momento, la situazione sanitaria nella regione di Irkutsk è descritta come stabile. Le autorità hanno annunciato che i contatti stretti potrebbero essere dimessi nei prossimi giorni, una volta completato il periodo di osservazione. La Casa Bianca ha dichiarato di monitorare la vicenda con il CDC e gli altri partner intergovernativi, invitando Mosca a condividere informazioni accurate e tempestive.
Resta aperta la domanda centrale: se non è peste, cosa ha ucciso Daria Shipilova? Le analisi ufficiali parlano di “eziologia sconosciuta”, una formula che non chiude il caso ma lo sposta su un piano diverso. Potrebbe trattarsi di un’infezione grave non diagnosticata, di una polmonite fulminante di altra natura, di una causa ancora da chiarire. La verità, in questi casi, richiede tempo e trasparenza.