Taranto, città vecchia. Ormeggiata al molo del porto, c’è una barca a vela diventata punto di riferimento per tanti ragazzi e famiglie della città che vivono condizioni di fragilità e disagio sociale. Un’imbarcazione che, grazie all’Associazione di Promozione Sociale “Salpiamo”, è diventata un “veicolo di integrazione” e un laboratorio galleggiante dove acquisire competenze sociali, dal rispetto delle regole alla corresponsabilità, dalla fiducia alla gestione della convivenza.
L’APS Salpiamo nasce nel 2019 “in modo strano, come nascono le cose in una città di porto”, dall’unione di due passioni, quella per le attività nel sociale e quella per la vela, in un incontro tra Giovanni De Pasquale, velista professionista di Taranto, e Umberto Di Toppa, romano di origine, psicologo e giudice minorile al Tribunale di Taranto, che chiosa «le cose più interessanti, che durano nel tempo, nascono da incontri con il fuori». E da questi incontri sono nati numerosi progetti, come la scuola di vela paralimpica di Taranto, che da quest’anno porta in mare persone con disabilità, lavorando sui benefici del mare e della vela, in un’ottica di velaterapia. «La nostra idea è l’accessibilità: il mare deve essere per tutti. Il 90% delle persone di Taranto che portiamo in mare non ha mai visto il mare, realmente. E più della metà non è mai stato su una barca. Il mare è una risorsa – sottolinea Umberto Di Toppa, presidente di Salpiamo – e per rilanciare il territorio è necessario iniziare ad allargare questa visione del mare, partendo da chi è considerato ultimo».
Il mare, come spazio dove sperimentare anche la legalità. Questo è il cuore del progetto “Mare Dentro” del gruppo Salpiamo, finanziato dalla Regione Puglia in accordo con il Centro di Giustizia Minorile di Puglia e Basilicata, che dal 2024 porta a bordo di una barca a vela un equipaggio speciale, composto da otto ragazzi del circuito della giustizia minorile, un istruttore di vela certificato e un operatore sociale. «La navigazione in barca a vela comporta il rispetto di alcune regole, come il ‘quasi’ obbligo di collaborare. Per esempio, se bisogna fare una virata, da un lato uno ha la vela e dall’altro uno ha la molla. Se l’azione non avviene in contemporanea, guardando l’altro, la barca si ferma. Serve corresponsabilità, fiducia in sé stessi e nell’altro, sperimentando la convivenza in spazi ristretti. È così che lavoriamo sulla ristrutturazione dei criteri sociali dei ragazzi», spiega Umberto Di Toppa. Da quest’anno, il progetto include anche attività di sport acquatici, come il kayak, la pesca sportiva e la voga. Un’esperienza iniziale che prosegue sempre con la navigazione in barca a vela, dove l’unione tra arte marinaresca e sport sono un connubio vincente. Una possibilità che, lo scorso anno, per due ragazzi si è conclusa con la partecipazione ad una regata di due giorni, e la conquista di un premio finale.
«Il progetto ha una durata di otto mesi, con due uscite settimanali. Ci sono giorni però che il mare non ci permette di uscire e navigare, e questo è un elemento frustrante che noi usiamo e gestiamo, dovendo stare ai tempi della natura – dice Di Toppa -. Ogni anno, in ogni gruppo, abbiamo notato che si verifica un momento particolare. Ad un certo punto si va a largo, e ci si ferma in mezzo al mare. Lì, vuoi perché sono in un territorio ameno e libero, vuoi perché non li sente nessuno, iniziano a raccontarsi i reati che hanno commesso. Puntualmente accade che iniziano a dirsi “Hai fatto una scemenza. Ma perché? Guarda come stiamo…”. Ed è bellissimo, perché noi non chiediamo nulla. Noi cerchiamo solo di coinvolgerli, di creare un gruppo solido, fino a quando loro iniziano a riflettere su sé stessi, sui loro contesti familiari». E prosegue, con convinzione: «La barca a vela è un acceleratore di un sistema di convivenza. Lì, loro sono costretti ad avere a che fare con l’altro, ad accorgersi che hanno di fronte ragazzi come loro. Loro, che lottano tra senso di appartenenza e legalità, qui possono avere una trasformazione». Come è avvenuto ad una ragazza dell’equipaggio di Salpiamo, con alle spalle un’accusa di tentato omicidio ma “molto intelligente performativa e conformante”, ricorda Di Toppa, che ha imparato a fidarsi del gruppo, portando a termine con successo l’esperienza di navigazione e la messa alla prova. E che ha capito di dovere andare via, nel Nord Italia, dove oggi studia. Un caso non isolato, peraltro. «Il 70% dei ragazzi che conclude positivamente progetti di messa alla prova esce dal circuito penale definitivamente. Una percentuale altissima», commenta Umberto Di Toppa.
Ma i ragazzi di Mare Dentro, anche dopo il progetto, restano legati all’associazione, che ha chiesto al Comune un immobile per la sede nella città vecchia, “perché il molo è lì, la marginalità è lì”. «Il nostro radicamento ci ha aperto al fuori, con il progetto di una crociera – da ottobre – tra Taranto, Napoli e Civitavecchia, per incontrare comunità educative, e raccontarci. Taranto è anche questo. E in un territorio che si racconta poco serve cambiare la narrazione dominante», conclude Di Toppa.