Netanyahu ha vinto, di nuovo. Creare un governo sembra, però, impossibile. Nel voto del 27 ottobre il Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu, si è confermato primo. Al secondo posto Yashar, la lista dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Alla Knesset, il parlamento israeliano, per governare servono 61 seggi su 120 e nessuno ci arriva. Lo scrutinio si chiude nella giornata successiva al voto e il quadro è già definito: la destra nazionalista e i religiosi alleati di Netanyahu sono intorno ai 56 seggi, l’opposizione intorno ai 49, i partiti arabi hanno il resto.
Hanno votato quasi otto israeliani su dieci, l’affluenza più alta da decenni. È stato un referendum su Netanyahu che si presentava con una lunga lista di problemi: tre anni di guerra, un processo per corruzione aperto dal 2020 e una domanda di grazia su cui il presidente Isaac Herzog non ha ancora deciso. Poi ci sono le questioni familiari. Secondo l’accusa, molti dei regali al centro del processo li chiedeva la moglie Sara, che è stata anche indagata per pressioni su una testimone. Sara, per non essere interrogata dalla polizia, ha passato lunghi periodi negli Usa con il figlio Yair, rimasto a Miami per non essere richiamato nell’esercito mentre centinaia di migliaia di riservisti combattevano a Gaza e in Libano. Nonostante tutto questo nessun partito ha preso più voti del Likud. Sul 7 ottobre Netanyahu non ha mai ammesso un errore suo e ha sempre bloccato la commissione d’inchiesta statale, che secondo i sondaggi vuole la maggioranza degli israeliani. Agli israeliani, però, Netanyahu sembra ancora il politico migliore.
Tra il 2019 e il 2022 il Paese ha votato cinque volte. Netanyahu, 77 anni, ha governato oltre un anno senza maggioranza. Nel 2020 ha fatto un patto con il suo rivale di allora Benny Gantz, un anno e mezzo a testa alla guida del governo. Il Likud ha fatto cadere l’esecutivo prima che arrivasse il turno di Gantz. Nel 2021 Bibi è finito all’opposizione, battuto da una coalizione con dentro per la prima volta un partito arabo. Un anno e mezzo dopo era di nuovo premier. Adesso per tornare a governare gli bastano gli 8 seggi di Avigdor Liberman, suo ministro della Difesa in passato e oggi all’opposizione. È a lui, e all’ex premier Naftali Bennett, che parla quando chiede alla “maggioranza ebraica e sionista” di unirsi.
L’alternativa è Gadi Eisenkot, 66 anni, l’ex capo dell’esercito, in carica dal 2015 al 2019. Dopo il 7 ottobre è entrato nel gabinetto di guerra, da subito in rotta con la gestione di Netanyahu. Nel dicembre 2023 suo figlio Gal è morto combattendo a Gaza. Pochi mesi dopo ha lasciato il governo dicendo che Netanyahu una strategia per la Striscia non ce l’aveva. Nella notte del voto, dopo la pubblicazione dei primi risultati, ha intimato al premier di non usare “la sicurezza di Israele” per i suoi interessi. Ha detto che tornare alle urne sarebbe un errore e ha promesso un governo sionista.
Senza gli arabi, però, quell’esecutivo non esiste. Eisenkot esclude di governare con loro, ma con i suoi numeri un governo nasce solo se i deputati arabi votano la fiducia: se si astengono, i no sono più dei sì. E non basta un solo partito. Mansour Abbas, leader della Lista araba unita, si è detto pronto a lavorare con lui, ma servono anche i voti della Lista comune, il partito arabo più grande. Bennett e Liberman non vogliono un governo che dipenda dai palestinesi con cittadinanza israeliana.
Il presidente Herzog avrà una settimana dai risultati ufficiali per dare l’incarico a uno dei due. Se falliscono entrambi e nemmeno la Knesset trova da sola un nome sostenuto da 61 deputati si torna alle urne. E fino ad allora a guidare il paese resta Netanyahu.
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