Una ricerca olandese su quasi tremila anziani dimostra che chi accudisce i bambini mantiene migliori capacità cognitive. Memoria e linguaggio restano più forti, a prescindere dalla frequenza dell’assistenza o dal tipo di attività svolte insieme.
Il welfare familiare nasconde un beneficio inatteso
In Italia i nonni rappresentano da sempre una risorsa preziosa per le famiglie: accompagnano i bambini a scuola, li aiutano con i compiti, preparano merende e gestiscono emergenze quando i genitori lavorano. Ora arriva una conferma scientifica che potrebbe cambiare il modo di guardare a questo impegno quotidiano. Occuparsi dei nipoti non è solo un servizio alla famiglia, ma funziona come uno scudo protettivo per il cervello degli anziani.
Lo rivela uno studio della Tilburg University, nei Paesi Bassi, pubblicato sulla rivista Psychology and Aging, che ha seguito per sei anni quasi tremila persone sopra i cinquant’anni.
I risultati della ricerca mostrano che i nonni coinvolti nell’accudimento dei bambini ottengono punteggi migliori nei test di memoria e fluidità verbale rispetto a chi non svolge questo tipo di assistenza. Il dato interessante è che il vantaggio cognitivo emerge indipendentemente da quanto tempo si dedichi ai nipoti o dalle specifiche attività svolte insieme. Conta l’essere parte attiva nella loro crescita, non tanto giocare piuttosto che aiutare con i compiti o preparare i pasti.
Tremila nonni sotto osservazione per sei anni
Flavia Chereches, ricercatrice che ha coordinato lo studio, spiega che l’obiettivo era verificare se l’accudimento dei nipoti potesse rallentare il declino cognitivo negli anziani.
Il team ha analizzato i dati di 2.887 partecipanti all’English Longitudinal Study of Ageing, tutti oltre i cinquant’anni con un’età media di sessantasette. Tra il 2016 e il 2022, questi nonni hanno risposto a questionari dettagliati e completato test cognitivi per tre volte, fornendo informazioni precise sulla loro esperienza con i nipoti.
I quesiti coprivano ogni aspetto dell’assistenza: dalla cura notturna ai bambini malati, dalle attività ricreative all’aiuto scolastico, dai trasporti alla preparazione dei pasti. L’analisi ha permesso di confrontare chi forniva assistenza con chi non lo faceva, tenendo conto di variabili come età, condizioni di salute e altri fattori che potevano influenzare i risultati.
La rilevazione multipla nel tempo ha consentito di osservare l’evoluzione delle capacità cognitive e verificare se esistessero differenze significative legate al ruolo di nonno attivo.
Le nonne “guadagnano” più di tutti
I dati hanno confermato che i nonni impegnati nell’accudimento mostrano prestazioni cognitive superiori rispetto a chi non si occupa dei bambini.
Ma c’è di più: le nonne sembrano beneficiare in modo particolare di questo coinvolgimento. Durante i sei anni dello studio, infatti, hanno registrato un calo minore delle capacità cognitive rispetto alle coetanee che non fornivano assistenza ai nipoti. Questo vantaggio femminile potrebbe dipendere dal tipo di relazione che le donne tendono a costruire con i bambini, spesso più intensa sul piano emotivo e comunicativo.
Chereches sottolinea che l’elemento più sorprendente della ricerca è proprio l’assenza di correlazione tra frequenza dell’assistenza e benefici cognitivi. Non serve passare ore intere ogni giorno con i nipoti per proteggere il cervello: conta invece l’esperienza complessiva di essere coinvolti nella loro vita. La qualità della relazione, il senso di utilità e la stimolazione mentale che deriva dall’interazione con le giovani generazioni sembrano fare la differenza. Questo significa che anche i nonni che vedono i nipoti meno frequentemente possono trarre vantaggi simili, purché il loro ruolo rimanga significativo.
Quando l’accudimento diventa un peso
La ricercatrice olandese mette però in guardia da generalizzazioni affrettate. I benefici cognitivi emergono quando l’assistenza viene prestata volontariamente, all’interno di un contesto familiare sereno e supportivo. Se invece i nonni vivono questo impegno come un obbligo o si trovano a gestire situazioni stressanti senza adeguato sostegno, gli effetti potrebbero essere diversi. Il confine tra risorsa e peso diventa sottile quando manca il riconoscimento del loro contributo o quando le responsabilità superano le loro possibilità fisiche ed emotive.
Servono ulteriori studi per approfondire questi aspetti e comprendere meglio come il contesto familiare influenzi i risultati. La ricerca ha comunque il merito di aver messo in luce un meccanismo protettivo finora poco esplorato, suggerendo che le politiche di welfare dovrebbero valorizzare maggiormente il ruolo degli anziani senza però trasformarlo in un dovere gravoso.
In un Paese longevo come l’Italia, dove i nonni sono colonna portante del sistema di assistenza familiare, questi dati offrono una prospettiva nuova sul valore dell’invecchiamento attivo e sulla reciprocità tra generazioni.
© Riproduzione riservata
