Quante sono le crisi che una persona ammalata e non più giovane è chiamata ad affrontare nel corso della sua vita? Sono frequenti e molte restano senza un aiuto; in alcuni casi, però, la generosità è in grado di trovare risposte opportune, quando ogni altra è impossibile. In alcune circostanze la generosità è l’unica risposta possibile, quella realmente in grado di superare barriere apparentemente insuperabili. Di fatto, in molte circostanze, l’unico “mondo possibile”.
Ho avuto la conferma concreta del mio pensiero sul ruolo della generosità leggendo la vicenda della signora che ha cercato di aiutare il marito portato in ospedale e accolto in pronto soccorso tra la disattenzione generale e la colpevole disorganizzazione. La signora ha accompagnato il marito sessantenne, con un tumore che provocava dolori insopportabili. Ma al PS non era disponibile una barella e tanto meno un letto, per cui il marito è rimasto per ore seduto in modo precario su una sedia scomoda, in una postura che aggravava il dolore e il disagio complessivo. Il tempo passava e nessuno dava ascolto alle richieste civilissime della moglie perché trovassero una sistemazione provvisoria, ma comoda e dignitosa, per il marito. Le sembrava di essere invisibile agli occhi degli operatori, che le passavano accanto senza dimostrare alcun interesse (è la ben nota situazione sociale per la quale “gli occhi dove guardano non vedono”). Data l’impossibilità di ricevere una risposta organizzata da parte di chi operava nel PS, la moglie dell’ammalato decise di cercare una coperta, che trovò in uno sgabuzzino (e per questo fu rimproverata) e che stese sul pavimento per permettere al marito di appoggiarsi, pensando che forse si sarebbe trovato meglio che sulla sedia scomoda. Rimase in quella posizione, fino a che qualcuno “vide” e iniziò le procedure per assistere adeguatamente l’uomo con una patologia oncologica e, quindi, per definizione, gravemente debilitato, bisognoso di un adeguato trattamento analgesico, quello che lo aveva indotto a ricorrere all’ospedale.
Purtroppo, la vicenda di Senigallia, che ha fatto scandalo per la sua gravità, è l’esempio di molte altre situazioni di dolore trascurato nel pronto soccorso dei nostri ospedali. Induce ad alcune valutazioni di quadro, partendo dalla critica alla disorganizzazione complessiva del servizio (se avesse avuto un po’ di dignità, il direttore generale dell’ospedale avrebbe dovuto dimettersi!).
Poi desta perplessità e tristezza la disattenzione del personale; forse avrebbero tutti bisogno di una formazione adeguata sulle modalità per avvicinare e accompagnare la persona fragile in pronto soccorso. Purtroppo, infatti, non è ancora adeguatamente diffusa l’idea che la formazione è la migliore difesa delle professionalità, ma ancor più dei cittadini che ricorrono a un servizio.
Di fronte al disastro tecnico e umano del pronto soccorso, si stacca la figura della moglie, che cerca di creare un possibile “mondo un po’ migliore” di quello della sedia scomoda per il marito gravemente sofferente. Ha cercato una soluzione, per quanto precaria, e l’ha realizzata, riducendo così la sofferenza del proprio caro. Avrebbe potuto (giustamente!) mettersi a urlare e a protestare; invece, ha pensato di trovare una soluzione, dettata dall’esigenza di ridurre il dolore fisico e la sofferenza psichica del marito (possiamo ben capire come il dolore fisico di una persona gravemente ammalata sia drammaticamente esacerbato quando questa constata che la sua sofferenza non interessa a nessuno e che nessuno si prodiga per lenirla!). In questo scenario un “mondo possibile” (anche se di una possibilità talvolta umanamente ridotta) è stato costruito sulla generosità, virtù che nulla chiede, non protesta, ma ritiene che il suo stesso esercizio sia un modo per costruire, in particolare nelle situazioni di fragilità, “un mondo possibile”.
Non vorrei che il lettore pensasse ad un atteggiamento troppo buonista, e che quindi la mia valutazione sul ruolo della generosità sia poco fondata. Ovviamente non mi permetto di imporre la mia visione, sebbene dettata dall’esperienza umana e clinica. Talvolta, l’unico modo per uscire da situazioni di crisi apparentemente insuperabili è l’atto di generosità, spontaneo o pensato. Questa affermazione sulla generosità è anche un invito alle comunità ad affrontare situazioni difficili attivando una generosità creativa, in grado di costruire modelli di servizio adeguati a chi è particolarmente fragile.
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