A 81 anni, la madre dell’urologo siciliano scomparso nel 2004 incontra gli studenti: «Ai giovani insegno la resistenza: non lasciate che il malaffare soffochi la vostra coscienza critica»
«Recentemente sono stata con mio figlio Luca a visitare la Basilica di Sant’Antonio di Padova. Ho provato una grandissima emozione perché ci ero stata esattamente cinquantasette anni fa con mio marito Gino e con Attilio di appena ventotto giorni e ricordo che un prete, avvicinandosi, ci disse che era il bambino più piccolo che fosse entrato in quella Chiesa. Mi auguro che sia di buon auspicio per avere verità e giustizia». Angela Manca ha 81 anni, 82 a giugno, la tempra, nonostante i dispiaceri, è quella di sempre, forte e combattiva, mentre sullo sfondo appare granitico sempre un pensiero per i giovani affinché non si facciano sopraffare dal malaffare e dalle ingiustizie. Il suo grande impegno civico è cominciato quando suo figlio Attilio è scomparso a soli 34 anni. Ma facciamo un passo indietro. Era l’11 febbraio del 2004 quando venne ritrovato morto nella sua casa di Viterbo. L’urologo siciliano, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, è considerata una vittima innocente di mafia, anche se ancora manca all’appello una verità giudiziaria. Il depistaggio, però, era evidente già sulla scena del delitto. Il giovane aveva il volto tumefatto e nel braccio sinistro due punture, benché fosse mancino. A terra due siringhe senza impronte. Per la Commissione parlamentare antimafia, l’omicidio di Attilio Manca “non appare essere stato il classico assassinio mafioso, ma il frutto di una collaborazione tra la cosca mafiosa barcellonese e soggetti istituzionali estranei a Cosa Nostra”. La ragione della sua fine? Avrebbe incrociato e curato, suo malgrado, Bernardo Provenzano, allora boss latitante, e poi sarebbe stato zittito. Per tanti lunghi anni la figura di questo giovane è stata offuscata da chi voleva farlo apparire un tossicodipendente, ma sua madre, ha gridato con tutte le forze la sua verità, nelle scuole e nelle università e in tanti luoghi di cultura, ancora presidio di resistenza. «Mio figlio era più che brillante. Io e mio marito – racconta Angela Manca – lo abbiamo cresciuto in un ambiente sano e pieno di amore. Io mi sono laureata in Scienze naturali e insegnavo matematica alle scuole medie mentre mio marito, che era laureato in Lingue, insegnava Lettere. Attilio aveva un intelligenza straordinaria e una curiosità fuori dal comune. Ha cominciato a parlare prima di camminare. Alle elementari finiva subito i suoi compiti e disturbava gli altri. Una volta fui richiamata per questo e io dissi alla sua maestra di assegnargli altre attività in modo tale che non si annoiasse. Alle scuole medie, il professore di Educazione tecnica gli disse di fare un disegno di precisione con l’inchiostro di china ed era talmente fatto bene che pensava che non fosse farina del suo sacco». Ai ragazzi Angela racconta la caparbietà e i successi di suo figlio: «Quando doveva scegliere l’università – ricorda – era indeciso tra Ingegneria elettronica e Medicina. Diceva che se non lo avessero preso alla Cattolica non avrebbe fatto il medico. Invece entrò perché superò i quiz. La vita decise per lui. Voleva specializzarsi in neurologia ma poi scelse urologia, specializzandosi anche in Francia. Nello stesso luogo dove venne portato Provenzano per curarsi alla prostata». Manca era un professionista affermatissimo tanto che, a soli 32 anni, aveva eseguito il primo intervento per tumore alla prostata per via laparoscopica in Italia e la stampa italiana salutò con stupore questo traguardo: «Quando vado nelle scuole – si accende di entusiasmo – all’inizio i ragazzi sembrano annoiati, parlottano tra di loro, ma poi quando comincio a parlare ascoltano attentamente. Del resto, dopo che è morto mio figlio avevo due strade: rintanarmi o reagire. Cercare la verità o darla vinta a chi diceva che mio figlio era morto per overdose. I ragazzi sono scioccati da questa storia. Chiedono e fanno domande. Per me l’esperienza diretta è il miglior modo per far capire che cosa è la mafia. E quando gli studenti dicono “menomale che non sono nato in Sicilia”, spiego loro che la mafia ormai ha cambiato pelle, non ha più “coppola e lupara”, ma si insinua ovunque. Nei salotti buoni, nelle istituzioni deviate, nella politica corrotta. Come dicono tutte le inchieste anche giornalistiche». Il figlio della signora Manca non ha avuto il tempo di diventare padre, non ha potuto dare il suo illustre contributo alla medicina, ma sua madre ai giovani dice di essere vigili: «Ai ragazzi dico sempre di fare quello che non fanno più – conclude – ovvero leggere, farsi le proprie opinioni, perché soltanto la conoscenza può salvare. Oggi la società sta mortificando la coscienza critica e purtroppo è facile incappare nelle ingiustizie. Mio figlio, ad esempio, era cresciuto con sani principi e valori. Certi ambienti per lui erano sconosciuti. Eppure qualcuno ha deciso di mettere fine alla sua vita e alla sua carriera. E oggi, mentre aspetto ancora fiduciosa i tempi della giustizia – che tarda ad arrivare – e notizie dalla Procura di Roma, posso solo tenere alta la memoria, e dire ad altri giovani come lui di lottare per un mondo più giusto».
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