L’Unione perderà quasi il 12% della sua popolazione nel corso del secolo. E l’Italia è già il Paese più vecchio del continente
Le ultime proiezioni di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, confermano che il declino demografico europeo è già in corso e, salvo imprevisti di portata storica, è destinato ad accelerare nel corso del secolo. I numeri riportati no danno spazio all’immaginazione: l’Ue toccherà il suo massimo demografico nel 2029, quando la popolazione raggiungerà quota 453,3 milioni di abitanti. Da quel momento inizierà una discesa che, entro il 2100, porterà i ventisette Stati membri al di sotto dei 400 milioni di persone — una contrazione di quasi il 12 per cento senza precedenti nella storia moderna del continente.
Un’erosione silenziosa
A rendere il fenomeno particolarmente insidioso è la sua gradualità. Non si tratta di una catastrofe nell’immediato, ma di una lenta erosione che si farà sentire con forza crescente nella seconda metà del secolo. Fino al 2050, l’inerzia delle generazioni del Novecento — ancora numerose e non ancora al tramonto del loro ciclo di vita — ammortizzerà l’impatto. Ma quando queste coorti si esauriranno, lasciando spazio a generazioni nate in un contesto di natalità bassissima, il calo diventerà molto più pronunciato. Eurostat stessa non usa giri di parole: l’attuale struttura demografica europea è già segnata da “un’elevata aspettativa di vita, una bassa mortalità e bassi tassi di natalità”, e le proiezioni confermano che nessuna delle tendenze in atto lascia presagire un’inversione spontanea.
La piramide capovolta
Ciò che preoccupa non è soltanto la riduzione del numero complessivo di abitanti, ma la trasformazione profonda della struttura per età della popolazione. Entro il 2100, i giovani tra 0 e 19 anni scenderanno dal 20 al 17% della popolazione europea, mentre la fascia attiva — quella tra i 20 e i 64 anni, colonna portante dei sistemi fiscali e pensionistici — si restringerà dal 58 al 50%. Allo stesso tempo, gli ultraottantenni balzeranno dall’attuale 6 al 16 per cento. Insieme alla fascia 65-79 anni, gli europei anziani rappresenteranno quasi un terzo dell’intera popolazione dell’Unione. Una piramide demografica che si sta rovesciando su sé stessa. Con poco più di tre persone in età lavorativa per ogni over 65 — l’indice di vecchiaia europeo si attesta oggi al 34,5% — la sostenibilità dei sistemi pensionistici e sanitari diventa una questione sempre più urgente. E il dato è destinato a peggiorare.
Italia e Irlanda: i due estremi
Nel panorama del declino demografico europeo, l’Italia occupa una posizione particolarmente critica. Con un’età media di 49,1 anni, è il Paese più vecchio dell’Unione. All’estremo opposto si trova l’Irlanda, con appena 39,6 anni di età media — la più bassa tra i Ventisette. Due realtà che raccontano strutture sociali profondamente diverse: da un lato una nazione in cui quasi quattro persone su dieci hanno superato i 65 anni in rapporto alla forza lavoro, con un indice di vecchiaia del 39%; dall’altro un Paese che mantiene ancora una base giovanile relativamente solida, con un indice di appena il 23,8%. Negli ultimi dieci anni, tra il 2015 e il 2025, l’età media nell’Ue è cresciuta di 2,1 anni, con incrementi registrati in quasi tutti i Paesi membri. Un dato che conferma come il processo sia già ampiamente in corso, non una proiezione lontana nel tempo.
L’anomalia spagnola
In questo scenario di progressivo declino demografico europeo, la Spagna si distingue come una curiosa eccezione. Le proiezioni indicano che continuerà a crescere fino a raggiungere i 53,9 milioni di abitanti nel 2050, sospinta principalmente dall’immigrazione, che ha storicamente compensato un tasso di natalità anch’esso al di sotto della soglia di sostituzione. Anche la Spagna, nella seconda metà del secolo, conoscerà una contrazione. Ma arriverà al 2100 con circa 49,7 milioni di abitanti, l’1,3 per cento in più rispetto a oggi. In un continente che si restringe, questa è quasi una notizia straordinaria — una piccola anomalia statistica che vale però come caso di studio per capire quanto le politiche migratorie possano fare la differenza.
Le cose possono cambiare
Eurostat ricorda però che queste cifre non sono certezze, ma scenari costruiti su variabili – fertilità, mortalità, migrazione – soggette a cambiamenti imprevedibili. Un’ondata migratoria sostenuta, un aumento inaspettato della natalità o una scoperta medica capace di riscrivere le curve di mortalità potrebbero modificare significativamente il quadro finale. La direzione, tuttavia, è chiara. Il declino demografico europeo pone domande che l’agenda politica del continente non potrà eludere a lungo: quali politiche migratorie adottare, come riformare i sistemi di welfare, con quale modello economico sostenere una società sempre più longeva e sempre meno numerosa. Non è un problema del futuro. È già, in molti sensi, il problema del presente.
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