A Belton, Texas, la pallavolo paralimpica adattata agli ospiti di una casa di riposo è diventata il filo che lega anziani e ragazzi. Una storia di amicizia, movimento e inclusione che potrebbe ispirare molti.
Sitting volley: una rete tra anziani e studenti
Si chiamano The Hit Squad, come il collettivo hip hop che negli anni Novanta spopolava sulla East Coast americana. Solo che loro non rappano: palleggiano. Siedono sul pavimento di un salone della Woodland Cottages, la residenza per anziani di Belton, una piccola città del Texas, e aspettano che la palla arrivi oltre quella rete bassa, tesa a un’altezza che chiunque può raggiungere. Dall’altra parte ci sono le ragazze e i ragazzi della squadra di pallavolo della Lake Belton High School. E quello che era cominciato come un pomeriggio di sport è diventato, settimana dopo settimana, qualcosa di più difficile da spiegare ma facile da riconoscere: amicizia vera, quella che non si pianifica.
Un palleggio e una risata
Per gli anziani che si allenano con i giovani, soprattutto, si ride. E in quelle risate c’è forse tutta la sostanza di un esperimento riuscito. La storia ha preso slancio da sola: gli anziani hanno sorpreso le studentesse presentandosi a una delle loro partite ufficiali, consegnando a otto atlete senior altrettante borse personalizzate. I ragazzi, a loro volta, hanno cominciato a frequentare i Woodland Cottages anche quando non c’era nessuna partita in programma.
Una studentessa della scuola aveva scritto sul giornale d’istituto dicendo che aveva scoperto qualcosa di bello nel fermarsi ad ascoltare chi sa più di lei. Il contagio, quello buono, ha fatto il resto. La squadra femminile di basket della stessa scuola, le Lady Broncos, ha chiesto di replicare l’esperienza con la pallacanestro da seduti.
Prima riabilitazione, poi disciplina paralimpica
Per capire perché questa storia colpisce così tanto, vale la pena sapere da dove viene il sitting volley.
Le sue radici affondano nella Seconda Guerra Mondiale, in un ospedale inglese. Nel 1944 il neurochirurgo Ludwig Guttmann, direttore del National Spinal Injuries Centre dello Stoke Mandeville Hospital di Aylesbury, cominciò a proporre attività sportive adattate ai militari britannici rimasti invalidi in guerra. La sua intuizione era semplice e rivoluzionaria insieme: lo sport come strumento terapeutico, non solo come passatempo. I pazienti che si allenarono svilupparono la muscolatura di braccia e spalle con risultati superiori a quelli ottenuti con la tradizionale fisioterapia.
Quando lo sport diventa terapia
Nacque così la “sport terapia”, concetto destinato a cambiare profondamente la storia della medicina riabilitativa e dello sport per persone con disabilità.
Su quella strada si innestò, nel 1956 in Olanda, il lavoro di Tammo Van der Scheer e Anton Albers. I due combinarono le regole di un gioco di origine tedesca, il Sitzball, con quelle della pallavolo tradizionale, dando vita al Sitting Volleyball. Il 5 maggio di quell’anno si tenne il primo incontro ufficiale, organizzato dalla Federazione dei Paesi Bassi davanti a 25.000 spettatori.
Undici anni dopo, nel 1967, Germania, Svezia, Danimarca e Olanda disputarono il primo torneo internazionale. Nel 1976, ai Giochi Paralimpici di Toronto, la disciplina fu inclusa come sport dimostrativo. Quattro anni più tardi, ad Arnhem, diventò disciplina ufficiale del programma paralimpico; e la prima medaglia d’oro fu vinta proprio dall’Olanda. Dal 2004, con le Paralimpiadi di Atene, è rimasto solo il Sitting volley, mentre la variante in piedi è stata esclusa. Oggi lo sport è praticato in oltre 60 Paesi, coordinato da organizzazioni continentali che rispondono alla World Organisation Volleyball for Disabled e al Comitato Paralimpico Internazionale.
Come si gioca
Il campo misura 10 per 6 metri (più piccolo rispetto a quello tradizionale) con la rete alta 1,15 metri per le gare maschili e 1,05 per quelle femminili. Si gioca sei contro sei, con la regola dei tre tocchi, lo stesso sistema di punteggio della pallavolo classica e gli stessi fondamentali. La differenza essenziale è una sola: la zona pelvica deve rimanere a contatto con il suolo in ogni momento. Alzarsi è fallo. L’arbitro non guarda le gambe, ma il fondoschiena.
Questo obbligo apparentemente semplice trasforma radicalmente la tecnica: senza la spinta degli arti inferiori, tutto il gioco passa per le braccia, le spalle, il tronco. Il tempismo diventa cruciale. La coordinazione, raffinata. Lo spazio per eseguire un bagher si riduce, i movimenti si concentrano in pochi centimetri. È uno sport che richiede forza, equilibrio e lettura del gioco. E che, a livello amatoriale, può essere praticato da chiunque, con o senza disabilità, mettendo letteralmente tutti sullo stesso piano.
Un modello replicabile
Quello che è successo a Belton non è un caso isolato né un’iniziativa destinata a restare locale. La storia dei Woodland Cottages mostra qualcosa che molti studi sul benessere degli anziani confermano: l’attività fisica regolare, anche moderata, migliora la qualità della vita in modo misurabile.
E quando si aggiunge la dimensione intergenerazionale, gli effetti si moltiplicano. Il sitting volley, in questo senso, è quasi perfetto per uno scenario del genere. Non richiede di alzarsi in piedi, non impone carichi pesanti alle articolazioni, si può adattare all’altezza della rete, alla dimensione del campo, al ritmo di chi gioca. È uno sport che, per definizione, azzera le distanze fisiche tra chi è diversamente abile e chi non lo è.
In un salone di una residenza per anziani del Texas, ha azzerato anche quelle anagrafiche.
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