Le proiezioni tracciano uno scenario preoccupante per i sistemi di assistenza a lungo termine nei Paesi industrializzati. L’Italia si trova in una posizione vulnerabile sul welfare. La spesa pubblica per la long-term care potrebbe avvicinarsi al 4% del PIL entro metà secolo.
La “bomba assistenziale” che nessuno vuole vedere
Si parla tanto di invecchiamento della popolazione, di pensioni, di spesa sanitaria. Ma c’è un capitolo di quella storia che resta sistematicamente in secondo piano, quasi un argomento scomodo da affrontare pubblicamente. Il costo dell’assistenza agli anziani non autosufficienti.
Eppure, secondo le più recenti proiezioni dell’OCSE, è proprio questa voce di bilancio a rischiare di mettere in crisi i sistemi di welfare nei prossimi decenni. La spesa per la cosiddetta long-term care è destinata a crescere fino al 2,8% del PIL entro il 2050 nella media dei Paesi OCSE, quasi il doppio rispetto ai livelli attuali.
Di questa cifra, la componente sanitaria dovrebbe salire all’1,7% del PIL, mentre quella sociale all’1,1%. Non si tratta di previsioni pessimistiche: è lo scenario considerato “di base”, quello in cui i governi mantengono semplicemente l’attuale livello di copertura. Se si ampliasse la generosità dei sistemi di welfare per ridurre i costi a carico dei singoli, la spesa potrebbe addirittura quadruplicare rispetto ai valori odierni.
Non è solo l’invecchiamento: i tre fattori che spingono i costi
Sarebbe sbagliato leggere questa dinamica come il semplice riflesso di una popolazione che invecchia. Nei Paesi OCSE la quota di over-80 è destinata a passare dal 4,8 al 9,8% entro il 2050, e sono proprio gli ultraottantenni a concentrare i bisogni assistenziali più complessi e continuativi. Ma accanto alla demografia, agiscono almeno altri due motori strutturali.
Il primo è economico e ha un nome tecnico: “effetto Baumol”. L’assistenza agli anziani è un’attività ad altissima intensità di lavoro umano, difficilmente meccanizzabile. La produttività cresce poco o nulla, mentre i salari nel settore tendono ad allinearsi a quelli di comparti più dinamici dell’economia. Il risultato è un aumento strutturale dei costi che non dipende dalla qualità delle cure erogate, ma dalla natura stessa del lavoro di cura.
Il secondo fattore è sociale e riguarda la progressiva erosione di quella rete informale di assistenza che per decenni ha tenuto insieme il sistema. In molti Paesi, e in Italia più che altrove, una parte enorme della cura agli anziani è stata garantita in modo invisibile dalle famiglie, soprattutto dalle donne.
Oggi quel modello è sotto pressione. L’aumento dell’occupazione femminile, le famiglie più piccole, i figli che vivono lontano dai genitori. Tutto questo riduce il bacino di caregiver informali disponibili e sposta la domanda verso servizi professionali, che hanno un costo e, soprattutto, entrano nei bilanci pubblici. Non è che la cura costi di più in senso assoluto il lavoro informale, ha un valore economico altissimo, solo che resta “invisibile” nella contabilità statale. Ma quando la domanda migra verso il settore strutturato, diventa una voce di spesa che i governi devono affrontare esplicitamente.
L’Italia, caso particolarmente esposto
Tra i Paesi OCSE, l’Italia occupa una posizione di speciale vulnerabilità. Con circa il 20% della popolazione over-65 (contro una media OCSE del 15%) e quasi il 6% di over-80, la Penisola è già oggi uno dei Paesi più anziani al mondo. E la traiettoria è in accelerazione. Entro il 2050, oltre il 33% degli italiani avrà più di 65 anni, con quasi una persona su sette che supererà gli 80. La spesa pubblica attuale per la long-term care si attesta già intorno all’1,7% del PIL, al di sopra della media OCSE dell’1,3%, e potrebbe salire fino al 3-4% del PIL entro metà secolo.
A complicare il quadro, c’è il modello assistenziale tradizionale su cui il Paese ha fatto storicamente affidamento. In Italia, i familiari che si occupano di anziani rappresentano il 16,2% della popolazione, il dato più alto dell’intera area OCSE, il doppio rispetto alla Svezia o alla Grecia. Un sistema che ha funzionato finché ha retto la struttura demografica e sociale che lo sosteneva, ma che oggi mostra crepe sempre più evidenti.
Già adesso, oltre il 70% degli addetti alle cure di lungo termine in Italia è di nazionalità straniera, percentuale che sale al 90% nel caso delle badanti a domicilio. E il numero di posti letto in strutture residenziali dedicate alla long-term care è uno dei più bassi dell’OCSE: appena 16 ogni mille anziani.
Sul fronte economico il dato è ancora più duro. In Italia, i costi delle cure a carico dei singoli possono arrivare a erodere oltre il 150% del reddito mediano di un anziano. Un livello che, di fatto, preclude l’accesso ai servizi per chi non dispone di risorse proprie o di una rete familiare di supporto. E che espone le fasce più vulnerabili a un concreto rischio di impoverimento.
Anche la popolazione in età lavorativa, quel bacino da cui dipende sia la forza lavoro del settore sia il finanziamento del sistema previdenziale, è destinata a ridursi del 34% tra il 2023 e il 2060: un’ulteriore variabile che renderà più difficile sostenere finanziariamente il sistema.
Le leve in mano ai governi
Uno degli aspetti più rilevanti dell’analisi OCSE è che mostra quanto le politiche pubbliche possano influenzare concretamente la traiettoria della spesa. Nello scenario più virtuoso, la combinazione di prevenzione attiva, investimento nell’invecchiamento in salute e miglioramento dell’efficienza organizzativa può ridurre fino a un quarto l’incremento atteso dei costi.
Ritardare l’insorgenza della non autosufficienza significa comprimere la durata dei periodi in cui le persone hanno bisogno di cure continuative. Se migliorasse la produttività del lavoro nel settore anche solo della metà rispetto alla media generale dell’economia, la spesa per long-term care nel 2050 potrebbe risultare del 13% inferiore rispetto allo scenario base.
Danimarca e Norvegia, ad esempio, stanno già investendo in programmi di assistenza domiciliare preventiva, con risultati apprezzabili in termini di riduzione del ricorso alle strutture residenziali. Giappone e Paesi nordici utilizzano la tecnologia per aumentare la produttività degli operatori. I Paesi Bassi invece adottano tetti di spesa e prezzi negoziati per contenere i costi. Sul fronte del finanziamento, Slovenia, Germania e Lussemburgo hanno sperimentato meccanismi assicurativi specifici per la long-term care, distribuendo il peso dei costi in modo più sostenibile nel tempo.
Un sistema che va costruito oggi
La transizione italiana verso un modello più strutturato di long-term care è formalmente in moto ma procede a passo lento e in modo disomogeneo tra le regioni. Il nodo non è solo finanziario.
È anche una questione di personale. Quello disponibile è già oggi insufficiente in molti contesti, e non esistono politiche adeguate di reclutamento e formazione per far fronte alla domanda futura. Senza un coordinamento più efficace tra servizi sanitari e sociali, senza investimenti nella domiciliarità e senza strumenti per sostenere economicamente chi svolge ancora un ruolo di caregiver informale, il rischio è quello di arrivare al 2050 con un sistema impreparato.
Non è una questione settoriale, né un problema che riguarda solo gli anziani di domani. La sostenibilità dell’assistenza a lungo termine è uno dei banchi di prova più concreti della tenuta complessiva del welfare
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