In Italia 5,8 milioni di anziani vivono soli. Il governo lavora a norme nazionali sul cohousing per unire giovani e over 65 in patti di solidarietà abitativa.
Anziani soli, i numeri di un’emergenza
Ci sono cifre che parlano da sole, e questa è una di quelle: in Italia 5,8 milioni di anziani vivono soli. Solo l’8,5% di loro può contare su una badante. La percentuale di over 70 che nel nostro Paese affronta la quotidianità senza un sostegno stabile è tra le più alte d’Europa, con una netta prevalenza femminile. E la traiettoria demografica non lascia margini di ottimismo: la quota di anziani è destinata a crescere, e con essa la domanda di assistenza, sicurezza, compagnia.
Un dato aggiuntivo, fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, aiuta a capire la portata del problema: oltre due milioni di persone (circa il 15% della popolazione) sono a rischio isolamento sociale. Nel caso degli anziani, questa condizione produce effetti concreti sulla salute: aumenta la depressione, accelera il declino cognitivo, favorisce i disturbi del sonno e le patologie cardiovascolari. E c’è un numero che più di ogni altro fotografa la durezza del fenomeno: il 37% dei suicidi in Italia riguarda la popolazione anziana.
Il cohousing intergenerazionale nella Riforma Anziani
Di fronte a questo quadro, il governo ha scelto di puntare su una soluzione che in altri Paesi europei ha già dimostrato di funzionare: il cohousing intergenerazionale.
L’idea è quella di mettere in relazione due fragilità che raramente si incontrano, la solitudine degli anziani e la precarietà abitativa dei giovani, trasformandole in una risposta reciproca. Gli anziani ottengono una rete di vicinanza e sicurezza quotidiana; i giovani accedono ad alloggi a costi calmierati in cambio di un impegno concreto di supporto.
Il cohousing intergenerazionale è stato inserito tra i pilastri della Riforma Anziani, avviata con la Legge 33 del 2023 e sviluppata con il successivo Decreto Legislativo 29 del 2024. Le linee guida previste dall’articolo 15 di quel decreto stanno ora arrivando a compimento.
La viceministra al Lavoro e alle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, ha spiegato che il testo (atteso entro giugno 2026) valorizza le buone pratiche già esistenti sul territorio nazionale e definisce un quadro di governance chiaro, sia sul piano territoriale che progettuale, affinché queste esperienze si possano diffondere in modo ordinato e sistematico su scala nazionale, nel rispetto delle specificità locali.
Il patrimonio pubblico inutilizzato
Per costruire questo impianto normativo, è stato istituito per la prima volta un tavolo di lavoro dedicato in seno al Cipa, il Comitato Interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana.
Al tavolo siedono il ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, il ministero dell’Economia e delle Finanze, il Garante nazionale per le persone con disabilità e la Cabina di Regia per la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico. Quest’ultimo è un organismo voluto dal governo per mappare gli edifici statali inutilizzati, che potrebbero diventare la base fisica di questi nuovi modelli abitativi: una rigenerazione urbana che non consuma nuovo suolo, ma recupera ciò che già esiste.
Il calendario prevede la presentazione del testo alla Cabina di Regia nei prossimi giorni, e successivamente l’approvazione definitiva da parte del Centro Italiano di Psicologia Analitica (Cipa). Il documento, una volta adottato, darà agli enti locali strumenti operativi concreti per progettare, finanziare e regolamentare le iniziative di cohousing sul proprio territorio.
Come funziona il patto intergenerazionale
La formula che le linee guida intendono codificare è quella già sperimentata in alcune realtà italiane: un accordo di solidarietà tra anziani e giovani adulti fino a 36 anni, con priorità per studenti fuori sede, lavoratori precari e i cosiddetti care leavers, ovvero ragazzi che escono da percorsi di affido o da comunità protette. A questi ultimi vengono offerti alloggi a prezzi calmierati in cambio di disponibilità verso i vicini anziani. Accompagnamenti a visite mediche, piccole commissioni, presenza. Non assistenza professionale, ma vicinato organizzato.
Il modello non è solo un’operazione di welfare creativo. Ha una logica economica precisa: un anziano che vive in un contesto di cohousing ben funzionante può rinviare o evitare del tutto l’ingresso in una struttura residenziale, con un risparmio reale per il sistema pubblico. Bellucci ha sottolineato come investire in questo tipo di comunità significhi costruire alleanze intergenerazionali capaci di contrastare l’isolamento e garantire una vita attiva e socialmente inserita per le persone anziane.
Abitare tra pari dopo i 65 anni
Strettamente collegato, ma distinto, è il senior cohousing, che le linee guida trattano in parallelo. Si rivolge a persone over 65 che scelgono di condividere la vita quotidiana con i propri coetanei, in un contesto pensato per chi mantiene ancora un buon livello di autonomia.
L’obiettivo non è l’assistenza, ma la socialità: rallentare il declino cognitivo attraverso le relazioni quotidiane, favorire l’invecchiamento attivo, evitare l’istituzionalizzazione precoce. Una casa vera, non una struttura. In Italia esistono già diversi esempi di questo modello: “Ca’ Nostra” a Modena e “Solidaria” a Ferrara puntano su solidarietà e bioedilizia; “Over Villa Vilma” a Milano, il Villaggio Novoli a Firenze e Spazio Blu a Roma integrano ambienti moderni con servizi tecnologici pensati per l’autonomia degli anziani.
A Perugia, in un ex tabacchificio trasformato in complesso residenziale, le Corti Perugine rappresentano invece un caso di cohousing misto, dove anziani, giovani, persone con disabilità e famiglie arrivate dai corridoi umanitari convivono e si supportano quotidianamente.
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