A pochi giorni dalla scomparsa, il messaggio del filosofo umbro è più vivo che mai. Dialogo razionale e democrazia liberale sono l’antidoto più efficace alla via facile dell’oscurantismo.
Dario Antiseri: il filosofo della fallibilità e della democrazia liberale
È una lezione preziosa quella di Dario Antiseri, filosofo umbro, per anni apprezzatissimo professore universitario, scomparso lo scorso 11 febbraio a 86 anni. In un’epoca di crisi, di immani sollecitazioni “belluine” e “tribali”, il pensiero di Antiseri si propone come un baluardo di razionalità, di fede nell’individuo in quanto limitato e fallibile. Di fiducia nella democrazia liberale e nella “società aperta”.
Dopo la laurea in filosofia all’Università di Perugia nel 1963 e alcuni anni di perfezionamento in varie sedi universitarie europee (durante i quali venne a contatto coi grandi maestri dell’epistemologia, come Karl Popper, e studiò i pensatori della cosiddetta “scuola austriaca”), Antiseri diventò nel 1968 libero docente presso l’università La Sapienza di Roma. Dal 1975 al 1986 fu professore ordinario di filosofia del linguaggio presso l’Università di Padova. Poi, dal 1986 al 2009, ricoprì la cattedra di metodologia delle scienze sociali alla LUISS di Roma, svolgendo anche l’incarico di preside della facoltà di scienze politiche tra il 1994 ed il 1998.
Autore insieme a Giovanni Reale de “Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi”, utilizzato come libro di testo in molte scuole italiane e straniere, nel 2002 fu insignito (con lo stesso Reale) della laurea “honoris causa” in filosofia dall’Università di Mosca. Che pure aveva adottato il testo e ne riconosceva la straordinaria bellezza ed efficacia.
Il fondamento della fallibilità
Nel 1996 pubblicò con UTET Edizioni il “Trattato di metodologia delle scienze sociali”, in cui riassumeva e organizzava anni di lezioni universitarie appassionate e appassionanti. L’espressione gioviale, l’occhio furbo, lo sguardo acutissimo, il gesto delle mani con cui mimava la “cascata delle conseguenze” che discende da ogni teoria sociale o scientifica, insegnava che la scienza si basa sul “principio di fallibilità”. Una proposizione è scientifica quando può essere provata falsa; ed è vera fintanto che qualcuno non dimostra il contrario. Nelle scienze sperimentali non c’è induzione certa, mille cigni bianchi non possono escludere l’esistenza di un cigno nero: ne consegue un relativismo “sano”, che diffida di ogni certezza assoluta, di ogni credo monolitico.
Il rapporto con la fede
Non disprezzava la fede, Antiseri, tutt’altro; solo ammoniva che la fede non può mai totalmente sbarazzarsi del dubbio; indulgeva verso Pilato che di fronte a Cristo si chiede “che cos’è la verità?” e lo lascia al giudizio del popolo, della maggioranza: giudizio parziale, contestabile, ma più legittimo del suo arbitrato.
Con Popper Antiseri caldeggiava una “società aperta”, in cui vige la democrazia intesa come governo della maggioranza e protezione della minoranza, garanzia che qualsiasi governo possa essere rovesciato attraverso una competizione ragionevole, responsabile e non violenta. Cardine della società aperta è la tolleranza, che si fonda sulla fallibilità (per cui non esiste una verità definitiva da imporre) ed esige reciprocità. Al paradosso “si può essere tolleranti con gli intolleranti?”, però, il professore conosceva benissimo la risposta: no. Quanti problemi del “nostro” mondo si riconducono a questo nodo?
Scienza, etica e libertà
In un’epoca di dibattito sulla necessità di “controllare” il progresso scientifico, di stabilire dei limiti alla sua evoluzione indiscriminata e indisciplinata, Antiseri citava Einstein quando il padre della relatività affermava “la scienza può solo accettare ciò che è, non ciò che dovrebbe essere. E al di fuori del suo ambito restano necessari o giudizi di valore di ogni genere”. Scienza e etica sono discipline separate, laddove una si basa sui fatti e l’altra sui sentimenti. La scienza descrive e l’etica prescrive, la scienza sa (sempre parzialmente e in base a congetture) mentre l’etica valuta.
Il giorno della mia laurea Dario Antiseri era presidente di commissione. Strana discussione, durata un’ora, cominciata con la luce, un pomeriggio di novembre, e finita col buio. Parlavo del coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato in Cile, nel 1973, un eminente professore di relazioni internazionali intervenne a contestarmi. Con tutto il sangue freddo che la circostanza mi consentiva accolsi garbatamente la sua obiezione e poi cercai di smontarla. Con una logica che ad Antiseri evidentemente piacque. Al momento della proclamazione mi strinse forte la mano, quasi tirandomela via, e mi disse parole che ancora ricordo. “La vittoria è nel rischio”.
Credo che nel mio gesto di orgogliosa, e rispettosa, difesa riconoscesse molto del suo atteggiamento intellettuale. Non c’è alternativa alla forza per appianare le divergenze, se non la discussione, insegnava: è preferibile fallire nel convincere l’altro usando la ragione, che riuscirci con la violenza. Ma nell’opera di convinzione razionale è necessario usare tutta l’energia, la creatività, la sfrontatezza di cui si dispone. Spavaldo anche nella prudenza, passionale nel rigore, illuminato dalla scintilla creativa (e dalla coscienza entusiasta di quella scintilla) che tocca solo ai grandi, Dario Antiseri l’ha alimentata con dedizione in migliaia di studenti. Occorre rileggerlo per abitare con più saggezza il nostro tempo.
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