Reduce dal successo di Parola di Tommaso il film in cui ricostruisce la vita del primo biografo di San Francesco, l’attore abruzzese ripercorre oltre trent’anni di carriera fra teatro, cinema e televisione
“Mi alzo ogni giorno spinto dalla curiosità”, diceva Fellini. Nella voce, al tempo stesso calda e sonora, di Corrado Oddi c’è la confidenza dell’interprete, il tono suadente del maestro di recitazione e il desiderio di scoprire dell’artista vero. Dopo una carriera trentennale in teatro, nel cinema (L’allenatore nel pallone 2, Un mondo a parte con Virginia Raffaele e Antonio Albanese) e in televisione (è stato uno splendido Giovanni Falcone nel docufilm C’era una volta a Palermo, su Rai Storia), Oddi è appena reduce dal successo della prima di Parola di Tommaso, il film che racconta la vita di Tommaso da Celano, primo biografo di San Francesco. Ne è interprete principale (ma anche autore del soggetto e coautore della sceneggiatura) e ne parla con orgoglio: «La storia di chi ha raccontato una storia: questo ho cercato di fare con Parola di Tommaso. Tutta la vita di Tommaso da Celano si è svolta nella missione di raccontare San Francesco. Sì è disciolta nelle parole con cui, attraverso vari scritti, ha definito per i posteri l’immagine e l’eredità del poverello di Assisi. Io ho cercato, da quelle parole, di ricostruire la vita dell’uomo che con tanta perizia e poesia era riuscito a catturare e tramandare la figura del santo più famoso al mondo». Un’operazione delicata, preparata da anni di studio, realizzata con l’ausilio delle fonti e di esperti studiosi, come l’arcivescovo di Benevento don Felice Accrocca, e scaturita in un ritratto intenso, che ha conquistato pubblico e critica. «Tommaso – spiega Oddi – fu discepolo di Francesco, lo seguì in molte delle sue peregrinazioni, gli ispirò ammirazione per la sua statura intellettuale.
Dopo la morte di Francesco, nel 1226, scrisse su richiesta di papa Gregorio IX una “Vita del santo”, che privilegiava gli aspetti storici e umani della sua vicenda. Frate Elia, superiore dell’ordine dei Francescani, gli chiese di scriverne un’altra versione, in cui risaltassero di più gli elementi religiosi e agiografici: nacque così la “seconda Vita di Francesco” e si aggiunsero poi altri scritti, sempre su sollecitazione delle autorità ecclesiastiche, in cui Tommaso affrontava aspetti specifici della personalità del santo. Non sempre Tommaso si trovò d’accordo con le richieste di revisione, arrivando ad affermare che non poteva “mutare il tondo in quadro”, ma sempre obbedì ai superiori, cercando un compromesso tra le esigenze della Chiesa e l’esattezza storiografica. È proprio questa sensibilità – insieme alla dedizione a Francesco e all’ispirazione poetica che portò Tommaso a scrivere, tra l’altro, il testo della celebre sequenza liturgica del Dies Irae – che il film cerca di mettere a nudo». Mettere a nudo e mettersi a nudo è in fondo la finalità dell’attore: una vocazione che ritorna anche nella storia personale di Corrado Oddi. «Fin da ragazzo il palcoscenico mi ha affascinato: era in grado di provocarmi un “sussulto al cuore” che mi spingeva oltre la mia timidezza. Sul palco ho scoperto il talento, probabilmente innato, di uscire da me stesso, o più precisamente di trovare in me risorse e attitudini che non si sarebbero manifestate altrimenti». Il percorso, ricorda, è cominciato nei primi anni Novanta, mettendo in scena maestri del calibro di Pirandello ed Eduardo De Filippo. «Il confronto coi classici, coi testi di spessore, con la lezione recitativa dei grandi attori è fondamentale. Fornisce il cosiddetto background: la sensibilità, l’esperienza dentro e fuori dal palco che modella un attore. I classici arricchiscono il lessico, permettono di affinare la preparazione del personaggio, insegnano uno schema e un metodo, un binario da seguire per mettere a fuoco il racconto e regolare l’interpretazione. Sono una base imprescindibile». La carriera di Oddi si è snodata fra il palco e lo schermo con uguale successo e un’impressionante dimostrazione di poliedricità.
«Cinema e teatro sono due grandi amori tra i quali non saprei scegliere. Si tratta, ovviamente, di mezzi diversi. Nel teatro c’è unità e continuità del racconto, serve un lavoro di durata e di tenuta; nel cinema il racconto è spezzettato, spesso non cronologico, ci sono molte distrazioni e bisogna mantenere la concentrazione. Nel teatro il gesto deve essere eclatante per arrivare fino alla platea, nel cinema – dove l’occhio della camera amplifica le azioni – il gesto ha bisogno di essere semmai ridotto. I primi piani esasperano, scavano nell’intimità dell’attore; e su quell’intimità l’attore deve lavorare. Passare dal teatro al cinema non è facile: bisogna ricalibrare la recitazione per raggiungere una sorta di naturalezza, quella ‘credibilità’ che rappresenta il dono più bello di un attore al suo pubblico». Dal palco, negli anni, Oddi è anche sceso per affrontare un altro versante del mestiere: la regia e soprattutto la scrittura, teatrale e cinematografica. «Per me – dice – è stato un passaggio fisiologico. È una questione di mente aperta, di fame di conoscenza. Io mi sento socratico: so di non sapere e aspiro a sapere. Sono laureato in Lettere Moderne e questa formazione mi ha naturalmente spinto a scrivere. La poliedricità, la capacità di guardare da più prospettive rende un attore più completo». In nome della poliedricità Corrado Oddi continua a dividersi tra i suoi amori irrinunciabili. «Il teatro mi regala il brivido del rapporto diretto col pubblico, dell’interazione. Il cinema mi dà la gioia di percepire che l’emozione esce dalla pellicola e si trasmette a chi guarda. È successo anche col mio Tommaso».
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