Nel suo nuovo romanzo “Carissimo dottor Jung”, la scrittrice intreccia la biografia del grande psicanalista svizzero con la finzione narrativa e fa emergere il ritratto intimo di un uomo che fece della propria casa uno specchio dell’inconscio
Raccontare Jung, la sua vicenda biografica e con essa le idee della psicologia inscindibile dalla realtà animica che va dal mondo delle idee di Platone al teatro del sogno in Shakespeare e Calderón, nell’oceano degli archetipi, quei principi primi, in cui affonda la nostra precoscienza, la memoria onirica che anima e ispira, il «sogno, dove tutte le acque s’incontrano», l’inconscio collettivo dove nascono le visioni di Yeats, i capolavori di Picasso e Fellini. Con Carissimo dottor Jung Sandra Petrignani ha pienamente centrato l’obbiettivo, accanto a Jung, si racconta di Egle, la biografa che su di lui sta scrivendo un romanzo vivendo la quotidianità nella nuova casa affacciata sul lungotevere romano. L’episodio che ispira il racconto è l’incontro immaginario di Jung – negli ultimi mesi della sua esistenza – con una sua ex paziente degli anni Venti. È la sua “Lady Morgana” che in passato era stata guarita e che viene un’ultima volta a trovarlo nella casa sulla sponda del lago di Zurigo. Egle intanto vive la sua esperienza, ideando e poi scrivendo il libro mentre frequenta una sua coinquilina con cui nasce una profonda amicizia. Nel colloquio con Sandra Petrignani iniziamo dal titolo che, con quel tono di confidenza e rispetto (“Carissimo dottor Jung”), suggerisce una relazione epistolare o un dialogo interiore.
A chi è idealmente indirizzato, è l’autrice a Jung, Egle a Jung o è una voce collettiva che esprime il desiderio di comprensione di un maestro?
Direi che l’ipotesi migliore è la terza. Se nel libro è un personaggio preciso a inviare una lettera a Jung con quel “Carissimo dottore” iniziale, mi convince l’idea che sia anche una voce collettiva, una richiesta generale di aiuto e comprensione a un maestro affettuoso e severo a un tempo.
Qual è stato il criterio che l’ha guidata, la scelta di cosa attingere dalla realtà storica di Jung e di cosa creare ex novo per servire la struttura e il significato del romanzo?
Dubito che ci sia un criterio. Lo sa meglio di me: quando si scrive di qualcosa che ci coinvolge profondamente, emotivamente, ci si affida a intuizioni che ne sanno più di noi e ci guidano per il meglio. L’americana Cristiana Morgan, un altro personaggio di primo piano del libro, per esempio, è davvero stata una paziente di Jung negli anni Venti diventata poi analista. Ho inventato che torna a trovarlo sul lago di Zurigo negli ultimi mesi di vita, ma i loro dialoghi sono zeppi di veri aneddoti dell’esperienza esistenziale e psichica dell’una e dell’altro. Mi serviva un alter ego femminile con cui far interagire il vecchio Jung, e l’ho trovato in “Lady Morgana”, come la chiamava il grande svizzero.
Quanto c’è di lei o della sua esperienza di scrittrice e biografa nel percorso di Egle, che trova nella stesura del libro quasi una ‘terapia’ e un’apertura a una vita meno solitaria?
Molto direi, anche se poi mi ritrovo sempre in tutti i personaggi, quelli che creo dal nulla come quelli davvero esistiti che, se accendono qualcosa in me – curiosità, voglia di approfondire, ammirazione, persino disturbo -, vuol dire che sono riuscita a rispecchiarmi in particolari della loro personalità e della loro scrittura.
L’episodio dell’incontro tra Jung e “Lady Morgana” negli ultimi mesi della sua vita è il cuore narrativo del romanzo. Perché a tesserne la storia come chiave di volta per far emergere gli aspetti più intimi e forse meno noti di Jung?
È una lunga storia. Ho cominciato a pensare a un romanzo su Carl Gustav Jung esattamente venticinque anni fa, quando – dopo aver pubblicato con Neri Pozza La scrittrice abita qui, sullo stretto rapporto fra alcune narratrici famose e le loro case – scopro che anche un uomo, Jung appunto, aveva uno strettissimo coinvolgimento con ben due case, una borghese, ufficiale, familiare, a Küsnacht, e una segreta, senza i confort della modernità, dove viveva solitario a stretto contatto con l’inconscio, a Bollingen. Tutte e due sul lago, a una quarantina di chilometri l’una dall’altra. Pensavo fosse qualcosa più femminile che maschile questa relazione stretta con la propria casa, questo fare del luogo dove abitiamo un proprio ritratto. E così, unitamente al fatto che ero in analisi junghiana, ho cominciato e studiare Jung per scriverne. Finché m’imbatto in Christiana e decido di abbandonare Carl per scrivere di lei. Passa altro tempo, intanto sono invecchiata, e il mio interesse principale diventa il passare del tempo e il senso della fine. Così, li ho messi insieme a confrontarsi su questi due grandi temi. Lui negli ultimi mesi di vita, lei che morirà suicida perché non accetta di invecchiare ed è delusa dall’amore cui ha dedicato la vita.
Nel suo processo di scrittura, ha cercato attivamente di attingere a questo “oceano degli archetipi” junghiano? E in che modo il rapporto tra Egle e la sua coinquilina si collega a questa dimensione di connessione profonda?
Involontariamente, ma credo proprio di sì. Quando scrivo mi metto in ascolto di quello che possiamo definire con Jung “inconscio collettivo”, che viene da lontano, da altre vite, secoli, archetipi appunto. Egle e Lorenza mi servivano per attualizzare la vicenda di un uomo d’altri tempi, ma che fu anche una specie di profeta. E per mettere a confronto modi diversi di vivere la vecchiaia. L’atteggiamento scanzonato di Lori è un po’ un modello per me, che tendo troppo spesso alla riflessiva malinconia di Egle. E infatti Egle è sempre molto allegra quando si confronta con l’amica più anziana, che – almeno in apparenza – è la più spensierata.
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