Nel 1959 nove giovani escursionisti morirono sui monti Urali in circostanze mai del tutto chiarite. Le ipotesi più recenti provano a fare luce sulla vicenda
Digitando “passo Djatlov” su Internet si finisce catapultati in una delle storie più inquietanti del Novecento. Nove giovani morti, una tenda squarciata dall’interno, corpi sparsi nella neve. E nessuna risposta certa.
Unione Sovietica, 27 gennaio 1959. Dieci studenti del Politecnico degli Urali – otto uomini e due donne -, zaino in spalla e sci ai piedi, si mettono in viaggio: destinazione monte Otorten, negli Urali settentrionali. Un’escursione di terza categoria, la più difficile, ma per loro, sciatori e alpinisti esperti, niente di impossibile. A guidare il gruppo c’è Igor Djatlov, ventitré anni, con diverse spedizioni alle spalle.
Jurij Judin, costretto a tornare indietro per un malore, è l’unico a salvarsi. Gli altri nove proseguono e l’ultima traccia della loro presenza risale al 1° febbraio: diari e fotografie li mostrano mentre montano la tenda sul pendio del Cholatčachl’, la “montagna morta” nel dialetto locale. Poi, il silenzio.
Djatlov aveva promesso di telegrafare entro il 12 febbraio. La data passa senza notizie, ma nessuno si allarma: i ritardi sono normali in quelle spedizioni. Le ricerche partono solo il 20 febbraio, su insistenza dei familiari degli scomparsi.
Il 26 i soccorritori trovano la tenda semidistrutta e lacerata dall’interno con i vestiti, le provviste e gli oggetti personali. Come se chi ci dormiva fosse scappato in fretta, senza nemmeno infilarsi le scarpe. Dalla tenda partono impronte nella neve, che si dirigono verso il bosco per poi scomparire.
Al limitare della foresta ecco i primi corpi: Jurij Krivoniščenko e Jurij Dorošenko, scalzi e in biancheria intima. Morti assiderati. Nei giorni successivi emergono altri tre cadaveri: Djatlov, Zinaida Kolmogorova e Rustem Slobodin, distesi nella neve a intervalli regolari, come se stessero tentando di tornare alla tenda. Ancora ipotermia.
Gli altri vengono ritrovati solo a maggio, intrappolati in una gola, sotto un metro e mezzo di neve. E qui la storia prende una piega ancora più oscura. Uno di loro, Nikolaj Thibeaux-Brignolles, ha il cranio fratturato. Ljudmila Dubinina e Semёn Zolotarëv presentano costole spezzate, traumi compatibili – scrisse il medico legale – con un violentissimo impatto, “paragonabile a un incidente d’auto”. Eppure, nessuna ferita esterna.
L’inchiesta sovietica si chiude nel maggio 1959 con una formula sibillina: morte causata da “una forza naturale sconosciuta”. Caso archiviato.
Da subito però iniziano a circolare le ipotesi più disparate. Qualcuno parla di un attacco da parte degli indigeni Mansi, infuriati per l’invasione del loro territorio sacro. Altri evocano lo yeti – l’abominevole uomo delle nevi -, altri persino gli alieni.
Poi arrivano le voci sugli esperimenti militari. Alcuni escursionisti raccontano di aver visto quella notte ‘sfere arancioni’ luminose nel cielo, proprio in direzione del Cholatčachl’. Avvistamenti simili continuarono per settimane nella vicina zona di Ivdel’. Missili? Test nucleari? Il fatto che su alcuni vestiti delle vittime fossero state rilevate tracce di radioattività alimenta i sospetti. Oggi sappiamo che quelle ‘sfere’ erano lanci di missili balistici R-7, e che quelle tracce provenivano da contaminazioni precedenti alla spedizione, probabilmente legate ai lavori di alcuni membri del gruppo. Ma all’epoca, nell’Unione Sovietica della Guerra Fredda, bastava poco per far scattare la fantasia.
Nel 2014 lo scrittore americano Donnie Eichar propone la teoria della “tempesta perfetta” che avrebbe generato violenti mini-tornado e soprattutto infrasuoni capaci di provocare panico, perdita di respiro, follia. Una suggestione che però non spiega le fratture.
Nel 2019 la Russia riapre l’inchiesta e, a luglio 2020, arriva la conclusione ufficiale: una valanga avrebbe travolto la tenda, ferito mortalmente alcuni escursionisti, costretto gli altri a fuggire nel gelo.
La svolta arriva il 28 gennaio 2021, quando la rivista scientifica Communications Earth & Environment pubblica uno studio di Johan Gaume, dell’EPFL di Losanna, e Alexander Puzrin, del Politecnico di Zurigo. I due ricercatori, utilizzando simulazioni computerizzate sofisticate e dati sui traumi da crash test, conclusero che ad uccidere i ragazzi fu una valanga a lastroni, che si sarebbe staccata ore dopo che questi avevano tagliato il pendio per montare la tenda. I venti catabatici avrebbero accumulato neve fresca sopra il campo, aumentando gradualmente il carico fino al punto di rottura. Quando la massa di neve si abbatté sulla tenda, alcuni dormivano sopra gli sci, superfici rigide che amplificarono l’impatto. Da qui i traumi alle ossa.
Svegliati di colpo, feriti, nel buio e nel panico, tagliarono la tenda dall’interno e scapparono, forse temendo una seconda valanga. Chi poteva trascinò via i compagni, cercando riparo tra gli alberi. Ma a meno trenta gradi, senza vestiti, non c’era scampo. Lo “spogliamento paradossale” – documentato nel 25% delle morti per assideramento – spiegherebbe poi perché alcuni furono trovati seminudi: nelle fasi finali dell’ipotermia, il corpo dà una falsa sensazione di calore e le vittime si strappano i vestiti. Alcuni sopravvissuti presero gli abiti dai compagni già morti, nel disperato tentativo di scaldarsi.
Tre spedizioni successive confermarono che la zona è “chiaramente soggetta a valanghe”. Nel gennaio 2022 le guide alpine russe documentarono due valanghe fresche nelle stesse condizioni meteorologiche di quella notte.
«Non affermiamo di aver risolto il mistero – precisano Gaume e Puzrin -. Nessuno è sopravvissuto per raccontare la storia.
Ma abbiamo dimostrato che una valanga è scientificamente plausibile». Eppure, come ha ammesso lo stesso Gaume, “la gente non vuole credere che sia così. È troppo normale”.
Oggi la località sugli Urali in cui è avvenuta la tragedia è nota come passo Djatlov in memoria di Igor Alekseevič Djatlov, lo studente di ingegneria di 23 anni scomparso con i suoi compagni in una notte terribile sulla “montagna morta”.
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