La rassegna di Palazzo Martinengo esplora il fenomeno del divismo e la nascita dell’identità moderna italiana tra la fine dell’Ottocento e la Grande Guerra
«Riprodurre il capriccioso sconvolgimento del fumo di una sigaretta, oppure la cieca nervosità di una sferza fendente l’aria. È il primato della linea ora sinuosa ora cocciuta ora nervosa e sferzante», come scrive l’architetto milanese Luca Beltrami, il carattere distintivo del Liberty, lo stile dell’Italia moderna che ha contraddistinto la produzione artistica nazionale tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Grande Guerra, influenzando diversi ambiti creativi e produttivi: pittura, scultura, architettura, arti applicate, grafica, moda, fotografia e perfino il nascente mondo del cinema.
Nato prendendo in prestito il nome dai magazzini di Arthur Lasenby Liberty, in Inghilterra, nazione cui l’Italia guardava, questo nuovo gusto non ha escluso altre sigle come Arte Nuova o Stile Floreale, per un movimento artistico altrimenti chiamato in Francia Art Nouveau, in Germania Jugendstil, in Inghilterra Modern Style, in Austria Sezession.
Al Liberty, Palazzo Martinengo a Brescia dedica un’ampia retrospettiva con oltre cento capolavori provenienti da collezioni private, e quindi poco noti al pubblico, e da importanti istituzioni museali quali la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Galleria Nazionale di Parma e i Musei Civici di Udine.
La mostra propone, affermano i curatori Manuel Carrera, Davide Dotti e Anna Villari, «un approccio nuovo e originale, distinguendosi da quanto è stato fatto finora su un tema senz’altro molto battuto, ma che ancora oggi può riservare più di una sorpresa». Non ci sono solo dipinti straordinari di Vittorio Matteo Corcos (tra cui il Ritratto della contessa Lia Goldmann Clerici – immagine della mostra -, fanciulla angelicata nell’armonia cromatica orchestrata sui toni dell’azzurro e gli accenti dorati dello sfondo damascato), Gaetano Previati, Plinio Nomellini (tra cui un bellissimo Bambini in giardino, a lungo considerato disperso e rintracciato in collezione privata), Ettore Tito, Amedeo Bocchi, Cesare Tallone, ma anche sculture di Edoardo Rubino, Leonardo Bistolfi e Liberto Andreotti, affiche (dall’Olio Sasso di Plinio Nomellini al manifesto delle Confezioni Mele di Leonardo Dudovich, al calzaturificio di Varese di Leopoldo Metlicovitz), e raffinatissime ceramiche artistiche dai decori ispirati alla natura, figlie della geniale creatività di Galileo Chini. E poi moda (cappelli e abiti femminili realizzati negli atelier dei sarti più famosi), mobili (spiccano quelli del milanese Eugenio Quarti), fotografia e cinema, architettura e design per raccontare un’estetica che ha influenzato profondamente ogni forma d’arte.
Non si tratta, spiegano ancora i curatori, «di indulgere nella nostalgia verso uno stile elegante e decorativo, ma di interrogare un momento cruciale della storia culturale italiana: quello in cui il Paese, affacciandosi al XX secolo, cerca un linguaggio nuovo per rappresentare sé stesso». Un Paese giovane, ancora in cerca di una identità unitaria e di un’arte capace di parlare il linguaggio della modernità.
Interessante il focus dedicato al fenomeno nascente del “divismo”, che passa dalla ritrattistica femminile alla fotografia al cinema, e si incarna nella figura esemplare di Lydia Borrelli, la divina, che seppe imporre la traslazione del suo nome in verbo (borelleggiare). Prima del successo cinematografico il suo era un volto noto grazie al ritratto di Cesare Tallone e alle foto di Emilio Sommariva; chi non l’aveva vista a teatro ne aveva certamente ammirato l’avvenenza grazie alle riviste e alle cartoline popolari. Come scrive Stella Dagna nel suo saggio in catalogo (Silvana Editoriale) «negli anni Dieci del Novecento il successo delle dive cinematografiche italiane fu un fenomeno di portata internazionale, non solo dal punto di vista produttivo ma anche (forse soprattutto) da quello del costume. Da Torino a Buenos Aires, a quell’epoca, le giovani donne alla moda si acconciavano i capelli come Pina Menichelli, imparavano a flirtare da Hesperia e copiavano i modelli delle toilettes di Francesca Bertini. Soprattutto, abitudine ancora più grave agli occhi dei commentatori conservatori dell’epoca, quelle stesse ragazze – fossero anche sartine, dattilografe o giovani operaie – “borelleggiavano”, cioè tentavano di trasporre nelle proprie vite quotidiane il prontuario di pose eleganti con cui Lydia Borelli sapeva esprimere su schermo la più vasta gamma di emozioni: stringersi le tempie se in preda all’angoscia, appoggiare la mano sul mento nei momenti di riflessione, gettare sguardi severi da sotto le falde amplissime di grandi cappelli». Un modello, insomma, per tutte le ragazze d’Italia, per la sua capacità di trasformare i movimenti del corpo in ricami e linee sinuose, «ricordando il tratto grafico che disegna le donne di Aubrey Beardsley o Marcello Dudovich».
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