Intervista al creator che su Instagram e TikTok dà voce agli anziani con un progetto digitale che trasforma le testimonianze in una lente sul presente
Massimiliano Mose, trentuno anni, padovano, gira per le strade della sua città con un microfono, un telefono e una serie di domande ‘scomode’ sul senso della vita. Si rivolge soprattutto alle persone anziane. In pochi mesi i suoi video hanno guadagnato milioni di visualizzazioni sui social, creando una nutrita community, perlopiù di giovani, che cercano nelle parole di chi ha già vissuto una bussola per orientarsi nella vita.
Quando e perché le è venuta l’idea di scendere in strada con un microfono e intervistare le persone anziane?
È un’idea che ho sempre avuto, ma mi sono fatto coraggio solo in un secondo momento. Volevo raccontare le persone che si incontrano per strada: chi sono, da dove vengono, che storie hanno. Venivo da esperienze non positive come speaker radiofonico qui a Padova e non mi sentivo valorizzato. Allora ho detto: proviamo, buttiamoci sui social. Ho comprato un microfono e la prima sera ho intervistato un ragazzo che aveva perso due autobus di fila. Il video, in due giorni, ha registrato un milione e mezzo di visualizzazioni su TikTok.
Gli anziani, nella narrazione tipica dei social, vengono spesso trattati come fragili o marginali: cosa ha visto in loro che gli altri non stavano guardando?
Adesso tutti mi chiamano il “creator degli anziani”, ma non sono partito con questa idea. Ho provato a fare video anche con ragazzi più giovani, ma non avendo quell’esperienza, le risposte non erano troppo profonde. A uno che ha già vissuto chiedo: “Tornassi indietro, cambieresti qualcosa?”, riportandolo a quello che era. Mi sono reso conto che, seppure in contesti diversi, tutti facciamo le stesse esperienze. Parlare con chi le ha già affrontate e ha trovato un modo per superarle, è prezioso.
Quali sono i temi che emergono più spesso dalle sue interviste?
Chiedo della felicità, dei rimpianti. Mi sono sempre chiesto se queste persone, come me, avevano ambizioni. Se sono riuscite a realizzarle e, se non ci sono riuscite, come le hanno trasformate. Arrivo diretto, senza preparazione, perché tengo molto all’autenticità e alla genuinità del momento. All’inizio sono diffidenti, ma quando tocchi determinate corde è facile aprirsi. Chi più, chi meno, dipende da quello che hanno vissuto.
Qual è la domanda che, secondo lei, apre davvero il cuore delle persone?
Tra tutte, sicuramente “cambieresti qualcosa nella tua vita?”. All’inizio tutti fanno i sostenuti, dicono no. Poi, pian piano scavano nei ricordi e viene fuori un tesoro: “avevo il sogno di fare l’esploratore, ma è subentrato qualcosa nella vita”, oppure “mio padre voleva che facessi quest’altro”. Parlare di queste cose riflette anche le mie paure, quella di ritrovarmi a ottant’anni a dire: “avrei potuto fare questo e non ho avuto il coraggio”. Noto che le persone, anche quando le cose non sono andate come speravano, hanno trovato una chiave per essere contente, per trarre il meglio dalla loro vita.
Da che pubblico è composta la sua community?
Sorprendentemente sono giovani, soprattutto su Instagram, dove registro più consenso. La fascia principale è tra i 20 e i 40 anni. Ma quando si trattano determinate tematiche, tutti si emozionano, che abbiano 20 o 60 anni.
Secondo lei, perché ha così successo tra i più giovani?
Perché il senso della vita è la domanda che tutti si fanno. Inoltre, i social stanno andando verso contenuti più emozionali, più autentici. Abbiamo tutti capito come funziona la vita degli influencer, con il mega yacht o la macchina di lusso, ma le persone cercano autenticità. Cosa c’è di più autentico di un punto di vista emozionale? Quello che faccio io lo potrebbe fare chiunque, ma le persone si vergognano ad approcciare un estraneo; guardare un video in cui c’è chi lo fa al posto tuo è più semplice.
Oggi i social sono veloci e spettacolari: qual è il valore e il rischio di proporre contenuti così lenti e riflessivi?
Sinceramente non ho inventato nulla, ho solo riadattato video che avevo visto nel mercato americano. Il rischio è che per necessità di algoritmo il contenuto non venga visto fino in fondo. È difficile condensare una conversazione profonda in poco tempo. Ma se voglio veicolare il messaggio, devo parlare la lingua dei social e proporre video brevi. La difficoltà è essere profondi in un minuto. Certamente la musica che inserisco nei video fa tanto; mi piace ricercare una certa estetica nell’immagine e cogliere le persone con la luce giusta.
Quanto tempo di lavorazione comporta, in media, questo tipo di contenuti?
Le interviste durano da cinque minuti a mezz’ora. Ma oltre il video, mi trattengo a chiacchierare. A volte queste persone sono sedute sulla panchina e aspettano proprio questo tipo di interazione. Poi, a casa, impiego dalle due alle tre ore di montaggio per fare piccoli tagli che non stravolgano il senso della chiacchierata. Parlare è facile: è il montaggio la fase più complessa.
Dopo tante storie ascoltate, che idea ha della vita e della felicità?
Si continua a imparare, non esiste una risposta definitiva. Si uniscono tutti i pezzi del mosaico e si vede che c’è un filo conduttore: la felicità, a guardarla bene, è fatta di momenti. La felicità può essere la famiglia, il lavoro, per qualcuno la serenità economica o la salute. Dai racconti che mi hanno regalato ho capito che quello a cui ambiamo tutti è la serenità, anche se è complicatissima da raggiungere. Certi livelli di profondità, però, si conquistano con l’esperienza. Queste persone hanno sciolto nodi che a me sembrano ancora impossibili. E quando ti dicono che va bene così, che sono sereni nonostante tutto, capisci che la conquista è aver imparato a vivere appieno la propria vita, con le sue cicatrici e le sue bellezze. Forse il vero insegnamento è che la saggezza non è sapere tutte le risposte, ma aver fatto pace con le domande.
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