Il sistema accademico nazionale fatica a ringiovanirsi, con il 56% dei docenti oltre i 50 anni. Il nodo del gap di genere
L’università italiana continua a mostrare il volto di un’istituzione che invecchia. Nonostante i tentativi di riforma succedutisi negli anni e gli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il sistema accademico del nostro Paese resta poco accessibile per chi ha meno di quarant’anni. I dati più recenti del Ministero dell’Università e della Ricerca confermano una tendenza che sembra resistere a qualsiasi cambiamento: l’età media dei docenti universitari in Italia si attesta sui 51 anni, seguendo un trend peraltro già iniziato precedentemente.
Un’età media che cresce invece di diminuire
Il focus ministeriale pubblicato alla fine del 2025, che analizza i dati relativi all’anno accademico 2024, rivela il paradosso dell’università italiana. Mentre il numero complessivo di addetti nelle università italiane cresce dell’8,7% rispetto all’anno precedente e addirittura del 14,5% rispetto al periodo 2014-2015, l’età media dei docenti resta invariata. Ancora più significativo risulta il dato sugli over 50, che rappresentano ormai il 56,4% del corpo docente, in aumento rispetto al 55,5% registrato nel 2022-2023. La distribuzione per ruolo rende ancora più evidente il problema. I ricercatori hanno un’età media di 43 anni, i professori associati arrivano a 52, mentre gli ordinari raggiungono i 58 anni. Solo inserendo nel calcolo gli assegnisti di ricerca, una figura che dovrebbe rappresentare l’anticamera della carriera accademica e non una condizione permanente, la media complessiva scende a 46 anni.
Il confronto europeo che evidenzia le difficoltà italiane
Quando si confrontano questi numeri con quelli degli altri ventisette Paesi dell’Unione Europea, emerge il ritardo italiano. A partire dai 45 anni, l’università italiana presenta valori superiori dal 2% al 5% rispetto alla media europea. Nella fascia tra i 25 e i 29 anni, invece, il nostro sistema registra percentuali inferiori fino al 9% rispetto al resto dell’Unione. Questo divario generazionale crea una struttura piramidale particolare: quasi tutti i professori ordinari, il 96% per la precisione, si collocano al di sopra dell’età media complessiva del personale docente. Lo stesso vale per circa tre quarti dei professori associati. Al contrario, quasi tutti gli assegnisti di ricerca e oltre due terzi dei ricercatori hanno un’età pari o inferiore alla media. La categoria degli under 30 nel sistema universitario italiano è popolata quasi esclusivamente da assegnisti, una condizione contrattuale precaria che spesso si protrae per anni.
Le differenze tra le diverse aree disciplinari
Non tutte le facoltà dell’università italiana presentano la stessa composizione per età e qualifica. Ai due estremi troviamo le Scienze giuridiche, dove i professori ordinari e associati rappresentano oltre il 61% del personale docente, e l’area di Ingegneria industriale e dell’informazione, dove questa quota scende al 42%. In quest’ultima, ricercatori e assegnisti insieme costituiscono quasi il 58% del totale, segnalando una struttura più giovane ma anche più precaria. Differenza che riflettono tradizioni accademiche diverse, ma anche velocità differenti nei processi di reclutamento e promozione. In alcune discipline, la strada verso la stabilizzazione professionale appare più lunga e tortuosa, costringendo molti giovani studiosi a prolungare la fase di precarietà ben oltre i trent’anni.
Il divario di genere nel sistema accademico
L’università italiana deve fare i conti anche con lo squilibrio di genere. Pur con alcune recenti nomine di rettrici in vari atenei e con la presidenza della Conferenza dei Rettori affidata per la seconda volta consecutiva a una donna, il gap è evidente. Il personale docente e ricercatore conta complessivamente 38.550 donne contro 51.236 uomini. Gli uomini rappresentano in media il 57% del totale, ma la loro presenza aumenta progressivamente salendo nella gerarchia accademica. Tra gli assegnisti di ricerca si osserva una sostanziale parità tra i sessi, ma già tra i ricercatori gli uomini salgono al 54%. Tra i professori associati il rapporto diventa 57 a 43, mentre tra gli ordinari la componente maschile raggiunge il 71%. Lo stesso andamento si ritrova analizzando le classi di età. Fino ai 44 anni la rappresentanza tra uomini e donne risulta equilibrata, ma oltre questa soglia la presenza maschile cresce costantemente fino a sfiorare il 70% tra gli over 65.
Il personale tecnico-amministrativo racconta un’altra storia
Diverso è lo scenario quando si guarda al personale tecnico-amministrativo, anch’esso cresciuto del 4% nell’ultimo anno accademico. Qui le donne rappresentano il 61% del totale, invertendo completamente il rapporto rispetto al corpo docente. Tuttavia, anche in questo ambito il divario di genere si ripresenta quando si considerano i ruoli tecnici e soprattutto quelli dirigenziali, dove la presenza femminile scende al 39%. Questo dato suggerisce che il problema non riguarda solo il mondo accademico in senso stretto, ma tocca più in generale l’accesso delle donne alle posizioni apicali all’interno delle istituzioni universitarie, indipendentemente dal ruolo svolto.
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