La vita delle persone non più giovani è al centro di enormi e rapidi cambiamenti. Non mi riferisco solo alle guerre e alle violenze diffuse in tutto il mondo, ma anche alle problematiche suscitate dalla rivoluzione demografica, dalla crisi dei sistemi di welfare, dalla prospettiva esistenziale dei giovani. In questo rapidissimo processo si inserisce il progresso tecnologico, più rapido di qualsiasi attesa e fautore di cambiamenti con velocità superiore alla nostra capacità di rielaborarli.
Un aspetto particolare del progresso tecnologico è rappresentato dalla medicina digitale, cioè l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei sistemi di cura. Si aprono prospettive inattese per il miglioramento delle possibilità di salute, in particolare degli anziani, la cui storia lunga si presta particolarmente ad essere analizzata con le nuove tecnologie. Però dobbiamo avere la coscienza che non tutto è progresso e che non ne avremo solo vantaggi. Sarà davvero un “mondo possibile” solo se la società saprà controllare le modalità per utilizzare le nuove scoperte e non si farà dominare da un ottimismo superficiale, che guarda solo agli apparenti vantaggi, senza analizzare con prudenza e determinazione lo scenario complessivo.
Come dovrà essere l’organizzazione della medicina se vorremmo costruire un “mondo possibile,” impegnato in tutte le sue componenti per migliorare la qualità della vita? Prima di tutto dobbiamo abbandonare gli atteggiamenti trionfalistici per i quali la medicina del futuro sarebbe destinata a produrre solo vantaggi, evitando ogni tipo di errore. In questa prospettiva, i cittadini potranno affrontare le strade spesso difficili delle cure con animo tranquillo, perché il progresso sarebbe destinato a salvare tutti. Non è così; la realtà è profondamente diversa rispetto a quanto vorrebbero farci credere i padroni delle nuove tecnologie, quelli che giocano con i miliardi di dollari, senza esaminarne le ricadute umane.
L’aspetto principale che dovrà caratterizzare il mondo possibile al quale aspiriamo è la creazione di fiducia tra le persone e il sistema della salute. Oggi purtroppo questa fiducia si va progressivamente riducendo, travolta dallo scetticismo verso la scienza (le ferite del Covid non si sono ancora rimarginate in questo campo), dalla diffusa sensazione che la medicina sia dominata solo da logiche economiche, da esempi – purtroppo non rari – di incuria e di errori evitabili. L’intelligenza artificiale dovrà avere il compito di costruire maggiore fiducia verso il sistema delle cure; sarà una delle grandi sfide dei prossimi anni (ma sarebbe più corretto parlare di mesi, vista la velocità con la quale appaiono le nuove scoperte). Fare in modo che gli indubbi vantaggi apportati alla diagnosi e alle cure dall’intelligenza artificiale siano vissuti con ottimismo, fiducia, senso di affidamento: un obiettivo raggiungibile? Non si tratta, però, di una semplice opzione, ma la sola condizione per permettere alla continua evoluzione dell’intelligenza artificiale di costruire un “mondo possibile” per la nostra salute. L’intelligenza artificiale non è la nuova medicina, che resta e resterà un incontro tra persone. Il professor Paolo Benanti, tra i più grandi esperti italiani delle nuove tecnologie, ha recentemente scritto: “L’intelligenza artificiale potrà anche processare i sintomi con velocità sovrumana (cioè più veloce di quanto è capace il nostro cervello), ma non potrà mai stringere una mano né farsi carico del peso di una diagnosi, guardando il malato negli occhi”. Una scelta che dipenderà in gran parte dalla maturità di comunità che vogliono decidere sul proprio futuro, senza lasciarsi né dominare né affascinare in modo acritico dalle nuove scoperte. Queste non dovranno trasformare il rapporto con il nostro corpo né quello con le persone alle quali affidiamo salute e benessere. Il dolore della persona potrà certamente essere meglio controllato dalle nuove tecnologie, rispetto a quanto avviene oggi, ma non sarà mai sconfitto senza la parola che cura.
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