Le risposte quasi magiche di ChatGPT che arrivano in una frazione di secondo, le immagini sintetiche, i video che non hanno mai avuto un set né una cinepresa.
L’intelligenza artificiale si presenta come una tecnologia leggera, che sembra quasi sospesa in una nuvola immateriale. Ma dietro questa promessa di immaterialità si nasconde un’infrastruttura mastodontica, inquinante e profondamente vorace. Un mondo virtuale fatto di data center, linee elettriche, cemento, consumo di acqua, metalli rari, territori trasformati. Una sorta di metaverso che sta crescendo a una velocità che inizia a inquietare anche chi l’ha generata.
L’intelligenza artificiale è una tecnologia estremamente esigente dal punto di vista del consumo di risorse. Ogni nostra richiesta necessita di una potenza di calcolo elevatissima e contribuisce a una corsa al gigantismo che sta ridefinendo l’industria digitale. Secondo la banca Morgan Stanley, gli investimenti dei grandi gruppi tecnologici nei data center raggiungeranno i 620 miliardi di dollari nel 2026, quasi quattro volte il livello del 2023. Progetti che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati inconcepibili oggi sono la norma: Meta lavora con un centro dati grande quanto metà Manhattan, con una potenza elettrica paragonabile a quella di cinque reattori nucleari. E i traguardi annunciati continuano a spostarsi in avanti, verso dimensioni sempre più smisurate e inimmaginabili fino a qualche anno fa, con Elon Musk che promette di arrivare a 10, 100, persino 1.000 gigawatt.
Questa espansione solleva interrogativi che non sono più solo tecnologici, ma politici, ecologici ed etici. Il problema infatti non è solo di scala, ma il conflitto d’uso (attuale e futuro) delle risorse. Il consumo di risorse da parte dei data center rischia di entrare in conflitto con altri bisogni essenziali e concreti: elettricità che manca all’elettrificazione dei trasporti o dell’industria, acqua sottratta all’agricoltura, territori trasformati in infrastrutture energivore.
Per capire la portata del fenomeno di cui stiamo parlando basta guardare i numeri. Oggi i data center consumano circa l’1,5% dell’elettricità mondiale. Ma negli Stati Uniti questa quota potrebbe salire tra il 7% e il 12% già nel 2028. In Europa, secondo il think tank Shift Project, il loro peso potrebbe passare dal 2,5% attuale al 7,5% entro il 2035. Più della metà dell’elettricità che li alimenta proviene ancora da fonti fossili, soprattutto dal carbone. Di conseguenza, le emissioni di gas serra del settore sono destinate a raddoppiare o triplicare nei prossimi anni. Già nel 2024, i data center hanno emesso più CO₂ della Francia, ad esempio.
A questa voracità energetica si affianca quella idrica, meno visibile ma altrettanto significativa. Nel 2023, i prelievi d’acqua legati ai data center hanno superato i 5.000 miliardi di litri, l’equivalente di tutta l’acqua potabile consumata in Italia in un anno. Anche considerando il riciclo, l’acqua effettivamente consumata – in gran parte persa per evaporazione – resta enorme e potrebbe raddoppiare entro il 2030. L’impatto varia da territorio a territorio: secondo i documenti aziendali, il 14% dell’acqua utilizzata da Google proviene da aree a elevato rischio di siccità.
L’espansione dell’intelligenza artificiale alimenta infine la crescita accelerata dell’industria dei semiconduttori, destinata a raddoppiare in cinque anni. Ma produrre chip sempre più piccoli e potenti richiede quantità crescenti di acqua, energia, metalli e sostanze chimiche. Nelle fabbriche di TSMC, leader mondiale del settore, la produzione di un solo wafer (piastrina per la realizzazione di circuiti integrati, ndr) da 12 pollici richiede oltre 7.000 litri d’acqua. E il gruppo ne realizza milioni ogni anno. Negli Stati Uniti, oltre 230 organizzazioni della società civile hanno chiesto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center.
L’intelligenza artificiale non sta solo cambiando il mondo, lo sta divorando. La domanda, ormai, non è più se possiamo permettercela, ma se possiamo permetterci di continuare a non governarla.
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