In un San Valentino che celebra ritualmente la coppia, i dati ci raccontano un’altra verità demografica ed economica. Tra il boom dei nuclei unipersonali e rincari mirati, vivere da soli è diventato un “lusso”. Viaggio nell’economia della solitudine, dove l’unione ha lasciato spazio al consumatore perfetto solo che spende e senza economie di scala
Mentre le vetrine si tingono di rosso, i supermercati si riempiono di corner per la vendita di cioccolatini e i ristoranti preparano i tavoli per due in vista del 14 febbraio, la fotografia reale del Paese restituisce un’immagine assai meno romantica e decisamente più solitaria. Nell’Italia del 2026, la festa del Santo degli innamorati rischia di diventare una celebrazione all’insegna della nostalgia, quella di un’istituzione – la coppia, e per estensione la famiglia tradizionale – che sta evaporando sotto il peso di una silenziosa e inarrestabile rivoluzione demografica e sociale.
Lo dicono i dati più recenti che non siamo più un Paese “di e per” famiglie, ma un arcipelago di isole solitarie. Il passaggio epocale dalla “famiglia istituzionale” al “single” non è solo una questione sociologica, ma il motore di una nuova economia: quella della solitudine. Un sistema che ha capito perfettamente come il single non sia solo un individuo in cerca di un’anima gemella, ma il consumatore ideale, costretto a spendere di più per vivere, mangiare e abitare.
Il tramonto della famiglia e l’Italia del 2050
Per comprendere la portata del fenomeno, bisogna guardare i numeri che proiettano l’Italia verso il 2050. I dati Istat dello scorso luglio certificano che la “famiglia” intesa come nucleo numeroso è ormai un ricordo del boom economico. Il paradosso è che, mentre aumenta di numero, diminuiscono i suoi componenti. A mano a mano i nuclei unipersonali hanno superato la soglia critica, avviandosi a diventare la maggioranza relativa delle case abitate. E non è solo una questione di calo delle nascite o di invecchiamento della popolazione; è una trasformazione antropologica. Il modello sociale si è spostato dalla comunità domestica all’individualismo radicale. Se un tempo la famiglia fungeva da ammortizzatore sociale ed economico, permettendo la condivisione delle risorse, oggi il “soggetto unico” si trova ad affrontare il mercato senza paracadute. E il Mercato – quello con la M maiuscola – si è adeguato e ha già dato le sue risposte. Ben prima della politica.
Nel 2024 – tornando ai dati Istat – la famiglia italiana risultava composta in media da 2,2 componenti. L’immagine del “focolare” numeroso ormai è solo un ricordo del passato: il 13,5% presenta quattro componenti; il 3,1% appena cinque; sei o più componenti sono una vera e propria rarità. Così come sono sempre più rare le coppie con figli, mentre chi sceglie – o si ritrova – a vivere da solo è una realtà dominante. Tra il 2023 e il 2024, oltre un terzo delle famiglie italiane (poco più di 26.300.000) era composto da una sola persona.
In molti casi si tratta di donne anziane, che spesso sopravvivono ai propri compagni sia per una maggiore longevità, sia per una minore tendenza a risposarsi in età avanzata. Ma il fenomeno non riguarda solo la terza età: tra i più giovani, la percentuale di chi vive da solo è quasi raddoppiata dagli anni Duemila a oggi. In questo caso, la solitudine è spesso il risultato di percorsi di vita diversi o della fine di una relazione: i single non vedovi sono oggi circa 6,3 milioni, rappresentando di fatto una famiglia su quattro.
Sono cresciuti anche i nuclei composti da un solo genitore, che ormai sfiorano il 10% del totale. Il numero di quelli single (non vedovi) è quasi raddoppiato in vent’anni. Un fenomeno andato di pari passo con il costante calo dei matrimoni: nel 2023 se ne sono celebrati appena 3,1 ogni mille abitanti, un dato che ci pone in fondo alla classifica europea. Peggio di noi solo la Slovenia.
Manca ancora un quarto di secolo al 2050, ma il quadro è chiaro: la famiglia italiana sarà sempre più frammentata, aumenteranno le persone che vivono sole (oltre il 40%), mentre le coppie con figli rappresenteranno solo una famiglia su cinque, in calo rispetto al 30% attuale. Gli anziani? Quelli che vivranno soli nello stesso periodo saranno 6,5 milioni contro gli attuali 4,6.
Quando essere single è un “lusso” (o una tassa sulla solitudine)
Ma quanto costa, in termini reali, questa libertà o solitudine imposta? Secondo le rilevazioni di Coldiretti – calcolate su dati Istat – vivere da soli è un vero e proprio lusso. Una scelta (o condizione) che pesa non poco sul portafoglio di milioni di single, che devono affrontare costi di gestione quotidiana molto più alti rispetto a chi divide le spese. Chi vive per conto proprio spende in media il 40% in più rispetto a un componente di una coppia. Il divario diventa ancora più netto se confrontato con una famiglia di tre persone: in questo caso, la spesa pro capite per chi vive solo arriva a essere quasi il doppio (+80%).
Siamo difronte ad una vera e propria “tassa sulla solitudine” e il motivo è puramente matematico: la mancanza di economie di scala, ovvero del principio secondo il quale più si produce (o si acquista) qualcosa, meno costa la singola unità. Chi vive in coppia o in famiglia divide le spese fisse; il single invece le assorbe integralmente. L’affitto di un bilocale non costa la metà per chi ci vive da solo rispetto a una coppia; le bollette di luce e gas, pur con consumi leggermente inferiori, mantengono costi fissi e oneri di sistema che pesano in modo sproporzionato su un unico reddito. Anche il canone internet o le spese condominiali non fanno sconti alla solitudine.
Secondo l’Istat, chi vive da solo – oltre ad essere esposto ad un maggiore rischio di vulnerabilità economica – sostiene una spesa media mensile di 1.932 euro. È una cifra che incide in modo pesante sul budget individuale, rappresentando il 68% di quanto speso da una coppia e il 58% di quanto speso da una famiglia di tre persone. Un divario alimentato soprattutto dai costi fissi legati all’abitazione (affitto, mutuo, condominio) e alle utenze (acqua, gas, elettricità, etc.), che per un single assorbono il 43,9% delle uscite totali contro il 28,6% dei nuclei con almeno cinque componenti.
Il carrello della spesa e la trappola della monoporzione
Per i quasi nove milioni di italiani single, insomma, il costo della vita raddoppia. Ma è tra le corsie del supermercato che l’economia della solitudine trova la sua massima espressione. Il sovraccarico economico – dice Coldiretti – si riflette in primo luogo sul carrello della spesa: un single spende in media 337 euro al mese per nutrirsi, contro i 220 euro pro capite di una famiglia tipo. È il 53% in più, un divario dovuto a diversi fattori: da una parte, l’assenza di formati adeguati che inducono a comprare maggiori quantità di cibo, dall’altra l’acquisto di grammature ridotte più costose, al ricorso a piatti pronti e a una maggiore incidenza degli sprechi. Qui il marketing ha compiuto il suo capolavoro, trasformando un bisogno in un business ad alto margine. La spesa alimentare di un single è nettamente più cara rispetto a quella di chi acquista formati famiglia.
L’industria alimentare ha risposto alla frammentazione delle famiglie con l’esplosione delle “monoporzioni”. Vaschette di salumi da 60 grammi, insalate in busta per uno, piatti pronti “single-serve”, frutta confezionata singolarmente. La comodità si paga a caro prezzo: il costo al chilo di questi prodotti può essere di molto superiore rispetto ai formati standard. Il single paga il packaging, paga il servizio e paga il paradosso di dover acquistare meno per non sprecare, finendo per spendere di più.
Il divario si fa ancora più profondo con le spese fisse legate alla casa e alla mobilità, che – per chi vive da solo – salgono del 156% in più rispetto alla media di un nucleo di tre persone; questo accade perché i costi di affitto, acquisto e utenze come luce e gas gravano su un unico reddito, senza contare l’impossibilità di spartire le spese dell’auto. Anche la salute “fa male”: costa al single l’87% in più, e per i trasporti pubblici, con un aggravio del 16%, confermando come la gestione individuale della quotidianità sia strutturalmente meno efficiente e decisamente più onerosa.
È il trionfo del “soggetto unico come consumatore”: un cliente che non deve negoziare l’acquisto con nessuno (niente compromessi tra marche o gusti diversi col partner), che tende all’acquisto d’impulso e alla gratificazione immediata (“il premio serale”), e che per questo è ormai il target prediletto della grande distribuzione organizzata.
Un mercato da 235 miliardi di euro
Non bisogna però commettere l’errore di pensare ai single solo come vittime del sistema. Sono, al contrario, il motore di una parte importante del Pil nazionale. Una recente analisi di Confesercenti, infatti, ha stimato che la “Single Economy” in Italia ha mosso solo nel 2024 una cifra “monstre” vicina ai 235 miliardi di euro. Una massa di denaro che ha ridisegnato interi settori. Il mercato immobiliare, ad esempio, come riportato dall’Ufficio Studi Tecnocasa, registra una crescita costante di acquirenti che vivono da soli. Nei primi sei mesi del 2025 i single hanno rappresentato il 32,8% degli acquirenti del noto gruppo immobiliare.
Anche il settore turistico si è evoluto. Fino a pochi anni fa, viaggiare da soli significava pagare l’odiosa “doppia uso singola”. Una volta scoperto che siamo dinanzi ad una fetta di mercato del valore superiore al miliardo d’euro – secondo i dati Istat 2025 -, le agenzie hanno cominciato a proporre pacchetti vacanze sempre più segmentati: viaggi avventura per “solo travelers”, crociere per single, esperienze di social eating pensate per chi non ha un compagno. Il mercato ha smesso di penalizzare il single in vacanza per iniziare a corteggiarlo, riconoscendo in lui una disponibilità economica e di tempo che le famiglie con figli spesso non hanno. Ma quanto costa caro, alla fine, essere la solitaria metà del cielo…
La solitudine come asset economico
Da un lato, l’istituzione familiare si sgretola, lasciando l’individuo più fragile di fronte alle incertezze della vita (malattia, perdita del lavoro, vecchiaia senza caregiver familiari). Dall’altro, il sistema economico capitalizza questa frammentazione. Il passaggio dal gruppo familiare al singolo ha creato un consumatore perfetto per il mercato, perché non condivide beni (lavatrice, auto, forno), moltiplicando le vendite; è veloce (decide e acquista rapidamente); è bisognoso di servizi (non avendo una rete familiare di supporto, acquista sul mercato ciò che prima era prodotto in casa: cibo pronto, lavanderia, assistenza, intrattenimento).
In questo scenario, San Valentino assume sempre più un sapore agrodolce. La vera festa del consumismo moderno avviene ogni giorno nelle case di milioni di italiani che vivono soli. Loro sostengono il mercato, pagano affitti più alti, assorbono l’inflazione delle monoporzioni e, da qualche tempo, tengono in piedi il mercato immobiliare.
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